Il focolaio di Hantavirus della nave MV Hondius “non mi sorprende, e temo che i nuovi casi positivi emersi in queste ore possano essere i primi di una serie più lunga”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è Arnaldo D’Amico, medico, ricercatore e giornalista scientifico, autore di ‘La memoria del nemico’ (il Saggiatore), storia di duemila anni di epidemie che hanno fatto scoprire il sistema immunitario. Se al momento il bilancio dell’Organizzazione mondiale della sanità è di 11 casi di Hantavirus inclusi i 3 decessi – e il cittadino sudafricano in Veneto è negativo – anche l’epidemiologo del Campus Bio-Medico Massimo Ciccozzi spiega che “ci potranno essere nuovi contagi”.
“Avendo perso il contact tracing e non avendo messo tutti i passeggeri in quarantena, il gruppo che ha lasciato la nave in anticipo può aver visto altre persone, infettandole”. Un po’ quello che ha spiegato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Anche se “il rischio per la salute globale continua ad essere basso”.
Il virus Andes e il rebus incubazione Hantavirus
A complicare le cose il fatto che l’infezione “ha una lunga incubazione. Ecco perché dobbiamo aspettare e osservare”, insiste Ciccozzi. A preoccupare D’Amico è proprio il virus Andes: ha caratteristiche che lo rendono “particolarmente insidioso dal punto di vista del contenimento. Il periodo di incubazione è lungo e ancora mal definito, l’Oms ha fissato la quarantena a 42 giorni, ma si tratta di una misura cautelativa ancora su base empirica, non su una conoscenza consolidata del virus”.
“Questo significa che le persone infettate a bordo possono stare bene per settimane, muoversi liberamente, prendere aerei, tornare a casa dalle famiglie, ammalandosi quando ormai il sistema di tracciamento le ha perse di vista. A questo si aggiunge un elemento che oggi è stato confermato: lo screening basato sulla temperatura corporea – come dimostrato dalla passeggera francese, che non aveva febbre a bordo e l’ha sviluppata in volo – è sostanzialmente inutile contro questo virus”, aggiunge D’Amico.
Le misure in Italia e la circolare del ministero
Nel frattempo il dicastero di Lungotevere Ripa ha inviato una dettagliata circolare ad hoc alle Regioni. “Direi che le indicazioni del ministero della Salute sono un’iniziativa ottima per le Regioni: ora sanno cosa devono fare e come comportarsi nel caso Hantavirus, ma anche in casi simili, quando si ha a che fare con possibili epidemie da virus zoonotici”, sostiene l’epidemiologo parlando con LaPresse.
“È un esempio ottimo di sanità globale e di come affrontare casi epidemici. Certo, occorre che tutti i Paesi facciano attenzione: se si sbagliano le procedure, la diffusione può diventare un problema. L’errore gravissimo è stato far sbarcare i turisti dalla nave MV Hondius prima di conoscere la causa del primo decesso. Tutta la nave doveva entrare in quarantena”, sottolinea Ciccozzi. “Non c’è una terapia ad hoc oppure un vaccino, ecco perché occorreva agire in questo modo”.
Il precedente in Canada
C’è poi un elemento nuovo. “Il ceppo Andes è l’unico Hantavirus trasmissibile tra esseri umani, ma finora lo si era osservato quasi esclusivamente in contesti rurali sudamericani, in nuclei familiari. Una nave con 150 persone confinate per settimane è una vera e propria manna che questo virus non aveva mai incontrato – sottolinea D’Amico – Non sappiamo ancora se e come cambino le sue caratteristiche di trasmissione in un contesto simile. La risposta, temo, la vedremo nelle prossime settimane”.
L’esperto ricorda l’arrivo della Sars in Canada nel 2003: “Due donne che erano state a Hong Kong per il matrimonio dei rispettivi figli, rientrate a Toronto in pieno benessere, pensarono di avere l’influenza. Quello che seguì fu il più grave focolaio di Sars fuori dall’Asia. Anche lì il virus aveva guadagnato settimane di vantaggio sul sistema di sorveglianza”.
La partita Hantavirus e i tagli ai Cdc
Ed è qui che si gioca la partita vera: non sul virus, “ma sui sistemi sanitari. Il tracciamento di decine, potenzialmente centinaia di persone sparse in venti Paesi richiede strutture, personale, coordinamento internazionale e risorse. Se la catena di tracciamento si spezza anche in un solo punto, il contagio va fuori controllo prima ancora di essere stato misurato. Ecco perché i tagli recenti ai Cdc di Atlanta mi preoccupano seriamente. I Cdc sono la spina dorsale della sorveglianza epidemiologica globale. Indebolirli proprio ora, con un focolaio attivo e disperso su scala intercontinentale, è un rischio che non possiamo permetterci”, conclude D’Amico.

