Ai Mondiali 2026, le lacrime di Cristiano Ronaldo e l’amarezza sul volto di Neymar sono le due facce della stessa medaglia. Quella di campioni che hanno scelto la via dei petrodollari degli sceicchi a danno della competitività. È questo al momento il dato che più colpisce al netto degli ottavi di finale quasi conclusi. In più, la nottata americana ha di fatto estromesso i due simboli della creatura globale voluta da Gianni Infantino: fuori gli Usa di Trump con il ripristinato Balogun in campo e ko anche il Portogallo di Cristiano Ronaldo, anch’esso in campo da inizio Mondiale dopo essersi visto condonare due giornate di squalifica.
L’allargamento a 48 squadre include, ma non globalizza il livello tecnico
Siccome il calcio non è ancora una scienza esatta, ma ci si avvicina sempre di più, è chiaro che se il presidente della Fifa è riuscito a globalizzare il Mondiale, non è ancora riuscito a farlo con il vertice. È il paradosso che emerge con forza dall’edizione 2026. La Fifa ha aperto la competizione a un numero senza precedenti di nazionali, ha ridisegnato gli equilibri geopolitici del pallone e ha favorito la crescita di nuovi mercati. Certo, ci si esalta nel vedere la Repubblica Democratica del Congo mettere in crisi per oltre un’ora l’Inghilterra, si rimane increduli di fronte allo 0-0 con cui Capo Verde fermare la Spagna nella prima partita, ma l”Infantina livella’ è riuscita solo nell’intento di allargare il palcoscenico e, ora che il torneo è entrato nella fase decisiva, il calcio continua a parlare soprattutto europeo. Un torneo a 48 squadre, una riforma fortemente voluta dal presidente della Fifa, che ha di fatto aumentato sensibilmente la rappresentanza di Africa, Asia, Concacaf e Oceania. L’obiettivo dichiarato era rendere la Coppa del Mondo più inclusiva e realmente globale. E se è vero che l’Europa in termini assoluti non ha perso posti, passando da 13 a 16 qualificate, il suo peso relativo nella partecipazione alla fase finale tuttavia è sceso dal 40,6% al 33,3% delle partecipanti, mentre le altre confederazioni hanno beneficiato in misura maggiore dell’espansione. Eppure, proprio guardando alle qualificate ai quarti di finale, emerge una realtà diversa da quella immaginata dai sostenitori di un riequilibrio tecnico tra i continenti. In attesa degli ultimi due match degli ottavi di finale, l’unica non europea tra le prime otto al mondo è il Marocco, che comunque nelle sue file vanta ben 20 giocatori su 26 militanti in campionati del Vecchio Continente. Le nazionali che stanno avanzando continuano a essere europee (una percentuale che potrebbe anche crescere se nella notte la Svizzera dovesse qualificarsi ai danni della Colombia) o costruite quasi esclusivamente su calciatori che giocano nei cinque principali campionati europei. Principalmente nella più rappresentata Premier League, poi in Liga e Bundesliga, oltre che in Serie A e nella Ligue 1 francese. Se si restringe ulteriormente il campo ai tre tornei economicamente e tecnicamente più competitivi – Premier League, Liga e Bundesliga – da lì proviene circa il 60-65% dei titolari delle squadre ancora in corsa.
I grandi nomi che hanno ascoltato le sirene arabe
Il confronto con i grandi nomi emigrati negli ultimi anni verso campionati extraeuropei racconta una storia opposta. Il simbolo è Cristiano Ronaldo (Al Nassr), eliminato con il Portogallo agli ottavi dalla Spagna. Stessa sorte per Neymar, tornato a giocare in Brasile, al Santos, dopo l’infruttuosa parentesi all’Al-Hilal (solo 7 presenze e 1 gol in due stagioni) e incapace di evitare l’eliminazione della Seleção contro la Norvegia. Poi ci sono le stelle della Saudi Pro League che il Mondiale lo hanno visto soltanto da spettatori oppure non sono riuscite a lasciare il segno. Karim Benzema (Al Ittihad) aveva già chiuso la propria esperienza con la Francia, N’Golo Kanté (Al Ittihad) non è stato convocato dai Bleus, stessa sorte per Sadio Mané (Al Nassr) con il Senegal, Riyad Mahrez (Al Ahli) non è riuscito nemmeno a qualificarsi con l’Algeria. E poi ancora Roberto Firmino (Al Ahli), rimasto fuori dalle scelte del Brasile, Aymeric Laporte (Al Nassr) fuori dalla rosa della Spagna.
Tra gli altri protagonisti del campionato saudita figurano anche Franck Kessié (Al Ahli), eliminato con la Costa d’Avorio prima dei quarti, Édouard Mendy (Al Ahli), uscito con il Senegal, e Salem Al-Dawsari (Al Hilal), fermatosi con l’Arabia Saudita già nella fase a gironi. Il risultato è che gli investimenti miliardari che hanno trasformato la Saudi Pro League in uno dei campionati economicamente più ricchi del pianeta non hanno ancora modificato gli equilibri tecnici del calcio internazionale. La stessa nazionale Saudita non sembra aver beneficiato molto dell’indotto tecnico di importazione, a partire dai ct, da Roberto Mancini a Hervé Renard e Georgios Donis: ultima nel girone con soli 2 punti raccolti alle spalle di Capo Verde e Uruguay.
La “rivincita della Uefa” su Gianni Infantino
Sul piano economico, commerciale e politico, la Fifa ha ampliato enormemente la propria influenza, aumentando il numero delle nazionali coinvolte, aprendo a nuovi mercati, rafforzando il peso di federazioni storicamente marginali e rendendo il Mondiale una competizione ancora più universale. Ma un conto è globalizzare l’accesso alla competizione, un altro è globalizzare il livello tecnico. Per arrivare fino in fondo continua infatti a fare la differenza l’intensità dei grandi campionati europei, il livello tattico, la qualità delle competizioni Uefa e la continuità di confronti contro avversari d’élite. La Fifa può allargare il Mondiale quanto vuole, ma sul piano tecnico l’Europa continua a pesare di più sul campo. Una sorta manifesto di Ventotene in salsa pallonara, una rivincita anche per il presidente della Uefa Alexander Ceferin, acerrimo avversario politico di Infantino.

