Mondiali 2026, l’ex portiere dell’Iran: “Per il regime il calcio è uno strumento di propaganda”

Mondiali 2026, l’ex portiere dell’Iran: “Per il regime il calcio è uno strumento di propaganda”
Bahram Mavaddat, ex portiere della nazionale iraniana di calcio dal 1973 al 1978 e membro della squadra ai Mondiali in Argentina

Bahram Mavaddat: “Molti giocatori sono sotto pressione ma la verità è che anche il loro silenzio viene sfruttato dal regime”

Con il pareggio contro l’Egitto di questa notte, a Seattle, l’Iran tiene vive le speranze di una storica qualificazione ai sedicesimi dei Mondiali 2026. Un torneo che i calciatori persiani stanno affrontando tra mille difficoltà legate alla concessione dei visti da parte delle autorità americane, che costringono di fatto la delegazione a restare in Messico per poi muoversi e sostare in territorio statunitense solo il tempo necessario per giocare le partite.

Una spedizione, quella dell’Iran, che sta facendo molto discutere e che è stata contestata anche da quell’ala dissidente che da anni vive lontano per evitare le persecuzioni del regime degli Ayatollah. Tra loro c’è anche Bahram Mavaddat, ex portiere della nazionale iraniana di calcio dal 1973 al 1978 e membro della squadra ai Mondiali in Argentina. Da molti anni è membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e a LaPresse ha denunciato come il regime “da anni usa lo sport e il calcio in particolare come mero mezzo di propaganda”.

La controversia tra la Federazione calcistica iraniana, la Fifa e le autorità americane “non può essere ridotta a una semplice questione di visti o procedure amministrative”. Secondo Mavaddat, il nodo di fondo riguarda “il rapporto tra sport e potere politico nella Repubblica islamica”. L’ex portiere della nazionale sostiene che la Federazione iraniana “non operi come un organismo indipendente” ma sia strettamente legata agli apparati di sicurezza e ai Pasdaran. “Il presidente della federazione, Mehdi Taj, è egli stesso un membro dei Pasdaran e dell’apparato di sicurezza”, dice Mavaddat.

A suo giudizio la partecipazione della squadra nazionale alle competizioni internazionali viene utilizzata dal regime “per legittimare se stesso, mentre è lo stesso regime che reprime, imprigiona ed esegue condanne a morte contro il popolo iraniano, compresi gli sportivi”. “Io stesso ho indossato la maglia della nazionale iraniana e so cosa significhi una squadra nazionale per un popolo. Ma una vera nazionale deve rappresentare il popolo, non essere uno strumento di propaganda di un governo che uccide quello stesso popolo”, aggiunge. “La domanda principale è: perché la Fifa permette ancora a un regime che giustizia gli sportivi di usare i Mondiali per ripulire l’immagine della repressione?”, prosegue Mavaddat.

Il tema è tornato al centro del dibattito anche dopo le contestazioni di una parte della diaspora iraniana negli Stati Uniti. Durante le recenti partite disputate a Los Angeles, molti iraniani contrari al regime hanno manifestato apertamente il proprio dissenso, rifiutandosi di sostenere la nazionale. Una scelta che Mavaddat dice di comprendere, spiegando che per molti esuli “l’Iran coincide innanzitutto con il suo popolo e con le vittime della repressione, non con le istituzioni che governano il Paese” e per questo “quando gli iraniani vedono che il regime usa la nazionale per la propria propaganda, è naturale che non riescano a sostenere quella squadra con lo stesso entusiasmo di un tempo”.

Pur evitando di condannare personalmente i giocatori, l’ex portiere ritiene che il loro silenzio finisca spesso per essere sfruttato dal potere politico. “Anche molti giocatori sono sotto pressione e le loro famiglie vivono in Iran. Ma la verità è che anche il loro silenzio viene sfruttato dal regime. Il giorno in cui i giocatori iraniani non resteranno in silenzio di fronte alle esecuzioni, alla repressione e al massacro del popolo, quel giorno questa squadra potrà tornare a essere la nazionale del popolo iraniano”, dichiara.

Mavaddat inserisce questa riflessione in una visione più ampia del rapporto tra sport e politica in Iran. Ricorda come anche durante il regime dello Shah gli sportivi e gli oppositori fossero oggetto di controllo e persecuzione da parte della polizia segreta Savak. “I dittatori cercano sempre di trasformare lo sport in uno strumento di potere e di propaganda. Questo non riguarda soltanto il regime attuale”, dice. “Lo sport è pericoloso per i dittatori, perché i campioni godono di popolarità sociale e possono ispirare i giovani”, sostiene.

Mondiali 2026, l’ex portiere dell’Iran: “Per il regime il calcio è uno strumento di propaganda”
Bahram Mavaddat con la maglia della nazionale di calcio iraniana

Tuttavia, Mavaddat sostiene che la Repubblica islamica abbia “portato questa repressione a un livello molto più brutale. Negli ultimi 47 anni centinaia di sportivi e campioni nazionali sono stati arrestati, torturati, esclusi dalle competizioni, imprigionati o giustiziati”.

Tra gli esempi citati figurano Habib Khabiri, ex capitano della nazionale iraniana di calcio e compagno di squadra di Mavaddat, “giustiziato negli anni successivi alla rivoluzione”; il lottatore Navid Afkari, diventato simbolo delle proteste contro il regime; e il pugile Mohammad Javad Vafaei Sani “è in imminente pericolo di esecuzione soltanto per l’accusa di sostenere l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano”. “Io parlo non solo come ex giocatore della nazionale, ma anche come membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana: lo sport iraniano deve essere liberato dalla morsa dei Pasdaran, degli apparati di sicurezza e della propaganda governativa”, ribadisce Mavaddat.

Parlando dell’attuale selezione iraniana “non nego la pressione che grava sui giocatori. In Iran, anche una sola frase indipendente può avere un costo per uno sportivo e per la sua famiglia. Ma è reale anche la responsabilità morale di un giocatore della nazionale”. “I giocatori avrebbero potuto assumere almeno una posizione umana: parlare della necessità di fermare le esecuzioni, difendere la vita degli sportivi detenuti, oppure dire che la nazionale appartiene al popolo iraniano, non al governo”, aggiunge. Quanto alla situazione attuale dello sport iraniano, Mavaddat descrive un contesto segnato dalle conseguenze della guerra e delle tensioni regionali. “I giovani talenti devono scegliere tra tacere, emigrare o pagare un prezzo pesante”, dice.

Nonostante il quadro che descrive, l’ex portiere guarda al futuro con ottimismo. “La storia dello sport iraniano, conclude, non è fatta soltanto di repressione ma anche di coraggio e resistenza”. E auspica il giorno in cui la nazionale “apparterrà di nuovo veramente al popolo iraniano, non al regime e ai Pasdaran. Quel giorno il calcio iraniano tornerà a essere una fonte di orgoglio nazionale; un orgoglio fondato sulla libertà, sulla dignità e sulla democrazia”.

Oggi l’ex calciatore sostiene la proposta politica del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana e della sua presidente eletta Maryam Rajavi, indicando come obiettivo “una repubblica democratica e laica”. A suo avviso, l’esistenza “di un’opposizione organizzata” rappresenta una differenza sostanziale rispetto alla situazione vissuta alla fine degli anni Settanta quando da calciatore prese parte ai Mondiali in Argentina del 1978 che per Mavaddat restano “sia un grande ricordo sportivo sia il richiamo a una dura realtà politica”.

© Riproduzione Riservata