Mercoledì 17 Febbraio 2016 - 16:30

Libia, sforzi unità e jihadisti a 5 anni da rivolta anti Gheddafi

Dalle proteste del 2011 al caos attuale: viaggio nel Paese diviso tra due governi, le milizie e l'Isis

Proteste a Tripoli contro l'accordo Onu

A cinque anni dall'avvio della rivolta contro la dittatura di Muammar Gheddafi la Libia è uno Stato attraversato da caos e guerra civile, per il quale ancora non si è riusciti a trovare un accordo su un governo di unità nazionale, mentre aleggia l'ipotesi di un nuovo intervento militare straniero.

A contendersi il controllo del Paese sono i due governi di Tobruk e Tripoli, che però devono fare i conti anche con altre forze in campo: l'Isis, gli altri gruppi jihaidsti e le milizie.

Fu sull'onda delle "proteste di successo" scoppiate in Tunisia ed Egitto - dove uno dopo l'altro erano caduti per volontà delle piazze i dittatori Zine el Abidine Ben Ali e Hosni Mubarak - che in Libia fu convocata per il 17 febbraio del 2011 la cosiddetta 'giornata dell'ira'. Ma i fatti precipitarono: due giorni prima di quella data l'avvocato e attivista libico Fethi Tarbel, impegnato nella difesa dei diritti dei prigionieri di coscienza, fu arrestato a Bengasi, la seconda città del Paese, e accusato di incitare una rivolta dei detenuti. L'arresto scatenò un'ondata di proteste proprio nella città di Bengasi, che sfociarono in violenti scontri con un bilancio di tre morti e 38 feriti, la maggior parte agenti di polizia. La rivolta partiva dunque dalla Cirenaica, culla del dissenso nei confronti del colonnello.

Un mese dopo, mentre le truppe fedeli a Gheddafi avanzavano verso Bengasi, epicentro della rivolta, le potenze internazionali presero una decisione che cambiò il corso del conflitto e facilitò la vittoria dei ribelli: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite adottò una risoluzione ad hoc e il 17 marzo la Nato intraprese un intervento militare che permise agli anti Gheddafi di prendere Tripoli in sei mesi. Tradito e abbandonato, Gheddafi scappò a Sirte, sua città natale, dove fu catturato e picchiato da una folla di persone fino alla morte.

Ma cosa è successo a quel punto? Da allora il Paese è scivolato nel caos: dopo le ultime elezioni del 2014, il cui risultato non è stato riconosciuto da alcuni gruppi islamisti, il potere è diviso fra due governi, cioè quello di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Tripoli, non riconosciuto internazionalmente. E del caos approfittano gruppi jihadisti: quelli legati allo Stato islamico (noto con le sigle Isil e Isis, o Daesh in arabo), visto che intanto il 29 giugno 2014 Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato un califfato a cavallo tra Siria e Iraq cominciando a raccogliere accoliti in giro per il mondo; ma anche gruppi legati ad al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), che hanno guadagnato terreno estendendo la loro influenza in Nord Africa.

Il leader dello Stato islamico Al-Baghdadi

Per arginare questa situazione l'Onu ha lanciato dei colloqui: a mediare è stato prima Bernadino Leon e poi da quest'anno Martin Kobler. Il 17 dicembre, dopo oltre un anno di negoziati, è stato firmato un primo accordo fra rappresentanti delle fazioni libiche: prevedeva che il Consiglio presidenziale, composto da nove membri, dovesse designare entro un mese un governo di unità nazionale e che il Consiglio di sicurezza dell'Onu avrebbe poi dovuto approvare la composizione dell'esecutivo con una risoluzione. Tappa successiva è stata il 19 gennaio l'annuncio del governo di unità da parte del Consiglio presidenziale libico: premier designato Fayez Al-Serraj, con una squadra di 32 ministri (tanti per accontentare tutti e rappresentare le tre regioni libiche di Barka, Fezzan e Tripoli). La proposta è stata però bocciata dal Parlamento di Tobruk. Il Consiglio presidenziale si è dunque rimesso al lavoro e lunedì ha presentato a Skhirat in Marocco una nuova proposta di esecutivo, che comprende stavolta 13 ministri e cinque sottosegretari, praticamente la metà rispetto alla prima ipotesi.

 

SCHEDA Libia, le forze in campo: due Parlamenti, milizie e l'Isis

 

Sulla proposta deve adesso pronunciarsi il Parlamento di Tobruk, che ha rinviato di una settimana la sua riunione in merito, accogliendo la richiesta in tal senso di al-Serraj. Motivo: anche se l'elenco dei ministri rispetta la ripartizione proporzionale tra le regioni libiche (Tripolitania a ovest con cinque ministeri; Cirenaica a est con quattro; Sud con altri quattro), ci sono dei nodi ancora da sciogliere.

Per analisti ed esperti, la nuova proposta di esecutivo rischia per due motivi: in primo luogo perché contiene figure politiche dell'antico regime legate a Muammar Gheddafi (per esempio Mohamed Tahar Siala, proposto come ministro degli Esteri, e il collega Tahar Khihimi, ministro della Pianificazione); in secondo luogo per il conflitto ancora aperto sulla delicata assegnazione del ministero della Difesa.

Tuttavia "per la Libia però il problema non è solo politico, ma anche militare", come spiega a Efe un diplomatico europeo vicino ai negoziati. Uno scoglio è infatti anche il futuro del generale Khalifa Haftar, ex membro della cupola militare che fece arrivare Gheddafi al potere nel 1969 e che ora controlla le forze armate leali al Parlamento di Tobruk. Tripoli, insieme ad alcune milizie, si oppone a che Haftar - appoggiato a sua volta da Egitto e Arabia Saudita - si ponga alla guida di una forza eterogenea che dovrebbe combattere sul terreno contro i jihadisti. "La cosa più difficile - assicura la fonte - è mettere d'accordo le milizie per formare un fronte comune che freni la minaccia jihadista. E non sembra che questo punto sia destinato ad avere una soluzione a breve termine".

Del conflitto fra Tripoli e Tobruk hanno approfittato nell'ultimo anno proprio i jihadisti, che hanno consolidato postazioni e ampliato il territorio sotto il proprio controllo, che adesso comprende la città costiera di Sirte e diversi quartieri di Bengasi. All'inizio di gennaio, inoltre, i jihadisti hanno lanciato un'offensiva contro gli importanti poli petroliferi di Sidra e Ras Lanuf, che è stata respinta a fatica dalla milizia privata che li difende.

Scritto da 
  • Chiara Battaglia
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