Ebola: Pulvirenti e la scelta Usa di filtrare gli arrivi dalle zone colpite

Ebola: Pulvirenti e la scelta Usa di filtrare gli arrivi dalle zone colpite
Fabrizio Pulvirenti

L’epidemia di Ebola, le misure adottate e il caso degli operatori sanitari: parla il medico italiano contagiato nel 2014

L’idea degli Stati Uniti di istituire dei filtri per chi arriva dalle zone colpite dell’epidemia di Ebola Bundibugyo in Africa, “rinforzando le misure e il tracciamento di soggetti che rientrano dalle aree di epidemia, mi pare una misura ragionevole”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è Fabrizio Pulvirenti, direttore della Uoc di Malattie infettive dell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela (Caltanissetta), noto al grande pubblico perché nel 2014 – da medico volontario di Emergency – contrasse Ebola in Sierra Leone.

La scelta dell’Oms e le misure italiane

“Al momento l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non ha previsto restrizioni ai viaggi, ma l’allerta è di livello 3. Non siamo ancora a livello pandemico, ma si tratta di una minaccia internazionale di sanità pubblica. Le grandi febbri emorragiche africane rientrano nelle notifiche internazionali nel nostro Paese, e anche l’Italia ha attivato un’attenta vigilanza per scongiurare eventuali focolai. Una eventualità che io ritengo fortemente improbabile”, puntualizza lo specialista.

Il caso degli operatori sanitari

“I casi di Ebola in Europa – riflette lo specialista – arrivano con voli speciali e riguardano personale sanitario che è entrato in contatto con il virus in Africa e viene curato nei Paesi di residenza, come è stato nel mio caso, o anche in quello del medico statunitense positivo a Ebola e ricoverato in isolamento in Germania con la famiglia”. Pulvirenti stesso, oltre 10 anni fa, è stato curato per 39 giorni allo Spallanzani di Roma, dopo essere stato infettato dal ceppo di Ebola Zaire. 

La prima grande epidemia del sierotipo Bundibugyo

Questa “è la prima grande epidemia del sierotipo Bundibugyo: in passato sono stati registrati solo 2-3 eventi epidemici e non c’è ancora un vaccino mirato. Per lo Zaire, invece, io e altri volontari contagiati nel 2014-15 abbiamo donato plasma e linfociti. Questo ha consentito di sviluppare strategie vaccinali e anticorpi monoclonali, che rappresentano le uniche linee di prevenzione e terapia”, ricorda lo specialista.

Pulvirenti sottolinea ancora una volta l’importanza di un “filtro alle frontiere, soprattutto se si tratta di operatori sanitari in arrivo dai Paesi coinvolti, monitorando l’eventuale presenza dei sintomi. Avere un’attenzione speciale ritengo sia una scelta adeguata alla situazione: l’idea è che in Africa i contagi siano sottostimati. Il virus, oltretutto, ha già passato le frontiere, dando casi in Uganda. E non sappiamo se questo è accaduto anche in Sud Sudan, zona di guerra. Il diffondersi di un’epidemia di Ebola in una zona di guerra sarebbe drammatico”, conclude Pulvirenti.

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