Se ne parlava da mesi e alla fine è arrivata la conferma del primo ministro britannico Keir Starmer: il Regno Unito si appresta a vietare i social agli under 16. Se per anni la questione della pericolosità delle piattaforme per i minori era rimasta ai margini del dibattito politico, oggi la questione appare non più rimandabile. A tracciare la strada era stata l’Australia, seguita pochi mesi dopo dalla Francia. “Oggi abbiamo degli studi scientifici solidi che dimostrano i danni causati da un uso prolungato dei social sui minori”, spiega a LaPresse Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria.
“Si sta verificando qualcosa di analogo a ciò successe col fumo: tanti anni fa in molti non credevano che facesse così male, fin quando ci si è resi conto della reale pericolosità del fumo. E un po’ alla volta sono arrivate le varie misure restrittive”, sottolinea Agostiniani.
Il cambio di rotta sui social e la violenza online
Un ruolo, in questo cambio di rotta della politica, deve averlo giocato anche il numero crescente di episodi violenti pubblicati online se non addirittura trasmessi in diretta sulle piattaforme. “Hanno di sicuro avuto un peso, perché hanno mostrato in modo eclatante i pericoli insiti nei social media”, conferma l’esperto.
“E poi – prosegue lo specialista – sempre più studi stanno dimostrando la relazione tra permanenza prolungata sui social e peggioramento delle performance scolastiche, depressione, disturbi del sonno e atteggiamenti autolesionistici”.
E l’Italia?
In Italia, a che punto siamo? “So che ci sono diverse ipotesi e proposte normative sul tavolo, però mi sembra che il percorso non sia ancora strutturato”, ammette il numero uno della Sip. “Il mio auspicio – conclude – è che la direzione intrapresa da molti Paesi a livello europeo possa rappresentare uno stimolo per accelerare e arrivare a un provvedimento analogo anche nel nostro Paese”.

