Social, il divieto ai minori “può accendere una luce sugli algoritmi”

Social, il divieto ai minori “può accendere una luce sugli algoritmi”
Tobias Hase/picture-alliance/dpa/AP Images

Dopo Australia e Francia, anche la Spagna si appresta a vietare i social ai minorenni. L’analisi del presidente della Società italiana di pediatria.

L’Australia ha fatto da apripista, la Francia ha seguito a ruota e adesso anche la Spagna di Pedro Sanchez si appresta a vietare l’accesso ai social ai minori di 16 anni. Dopo anni in cui la questione è rimasta sotto traccia, il momento sembra maturo per una discussione articolata sui rischi per i più piccoli dell’uso incontrollato delle piattaforme social. 

Rivedere gli algoritmi 

“Tra gli addetti ai lavori c’è la consapevolezza che questo percorso deve essere portato avanti: il problema non si risolve solo col divieto, ma questo può essere uno strumento per chiedere alle piattaforma maggiore attenzione nella strutturazione degli algoritmi”, spiega a LaPresse Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria. 

Il meccanismo alla base della dipendenza da social

Solo pochi giorni fa la Commissione europea ha dichiarato che il design di TikTok è progettato per creare dipendenza, con rischi accentuati per i più piccoli e ha invitato la piattaforma a rivedere la progettazione di base del servizio. 

Non è un’accusa generica, ma una tesi “supportata da dati scientifici. Il design e l’architettura degli algoritmi – spiega Agostiniani – sono progettati per stimolare il rilascio di dopamina a ogni like o contenuto che scorre davanti ai nostri occhi. La dopamina è un neurotrasmettitore associato alla sensazione del piacere e questo meccanismo rende difficile interrompere l’attività”.

La partita si gioca dunque sul campo degli algoritmi. “Al momento funzionano così: catturano la tua attenzione, imparano a conoscerti e alla fine ti tengono sulla piattaforma il più a lungo possibile”, dice il pediatra.

Educare all’uso del digitale 

E poi c’è il fronte dell’educazione digitale. “I genitori devono dare il buon esempio, essere dei modelli credibili. Ma non si può nemmeno scaricare tutta la responsabilità su di loro”, precisa l’esperto. “Credo molto nei patti digitali di comunità: un accordo informale tra famiglie, scuole e tutti gli attori coinvolti per seguire nella quotidianità le stesse prassi, promuovendo un uso sicuro e consapevole della tecnologia”. 

Vero o falso?

Tra gli aspetti più inquietanti legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, c’è il proliferare di foto e video realizzati con l’AI, sempre più dettagliati e verosimili. “La conseguenza per un bambino è l’incapacità di distinguere ciò che è reale da ciò che è costruito, con possibili ripercussioni su un cervello in crescita, sull’equilibrio dei ragazzi e sulla costruzione della propria autostima”, fa notare Agostiniani. 

Cresce costantemente il numero dei ragazzi che, se hanno un dubbio sulla propria vita personale, si confidano con i chatbot di AI piuttosto che con un coetaneo. “Se il tuo amico del cuore diventa ChatGPT, che impara a conoscerti e ti dà sempre ragione – conclude il presidente della Sip – è evidente che c’è un problema: non è qualcosa che ti aiuta a crescere”. 

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