Nel 2024 le nuove diagnosi di Hiv in Italia hanno riguardato gli uomini nel 79% dei casi e le donne nel 20,8%. Eppure il peso sociale della malattia grava in modo sproporzionato proprio sulle donne. Il congresso Icar – Italian conference on Aids and antiviral research – in corso a Catania ha approfondito i limiti riscontrati dalle donne che convivono con l’Hiv, abbozzando possibili soluzioni.
Lo stigma dell’Hiv
Nonostante le terapie antiretrovirali inibiscano la trasmissione del virus ad altre persone, “è ancora difficile vivere serenamente con l’Hiv a causa dello stigma, soprattutto per le donne e in particolare per coloro che vivono in condizioni socioeconomiche svantaggiate”, sottolinea Ilenia Pennini, co-presidente del Congresso Icar e responsabile salute di Arcigay.
Rinunciare alla gravidanza
Spesso accade, ad esempio, che la diagnosi arrivi durante un percorso di ricerca di gravidanza, una scoperta che “può portare a rinunciare alla maternità, nonostante la trasmissione materno-fetale sia ormai praticamente azzerata se la diagnosi è nota e gestita”, fa notare Pennini.
L’accesso diseguale alla Prep
Sul fronte della prevenzione permane un marcato squilibrio di genere nell’accesso alla Prep, che presenta in Italia una “distribuzione a macchia di leopardo, con regioni in cui il tema è molto sentito e altre in cui lo è meno”, sottolinea Antonella Castagna, presidente Icar e direttrice della Clinica di Malattie infettive dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
Oltre il 90% delle richieste di Prep arrivano da uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini. “Serve un approccio multidisciplinare che integri maggiormente la prevenzione dell’Hiv nei percorsi di salute femminile”, suggerisce Castagna.
Un ritardo culturale
Il ritardo, secondo gli esperti riuniti a Catania, è anche culturale e sanitario. “La prevenzione al femminile è spesso associata alla sola contraccezione, mentre anticoncezionali e Prep andrebbero considerati parte dello stesso percorso di tutela della salute”, aggiunge Pennini.
Se l’uso della contraccezione è stato progressivamente normalizzato, “lo stesso non è ancora avvenuto per la prevenzione dell’Hiv. Per arrivare all’obiettivo 0 dell’Oms è necessario utilizzare tutti gli strumenti disponibili. Non sono molti i ginecologi che associano alla contraccezione il consiglio della Prep”, evidenzia Pennini.
Diagnosi tardive
Resta infine il nodo cruciale legato alla diagnosi tardiva: “Il test per Hiv dovrebbe essere effettuato con regolarità, indipendentemente dal numero di partner”, conclude Pennini. “E poi c’è la responsabilità di chi, pur osservando i sintomi, non propone il test per pregiudizio. Ma il virus non conosce la morale”.

