Alcune mutazioni genetiche e la presenza di cicatrici sul cuore possono rappresentare cause nascoste di arresti cardiaci improvvisi e finora inspiegati, anche in persone giovani, sportive e apparentemente sane.
Lo dicono tre studi internazionali coordinati dalla Società italiana di cardiologia e pubblicati su Jama Cardiology, European Heart Journal e Journal of the American College of Cardiology: Heart Failure. L’approccio dei tre studi supera il tradizionale paradigma clinico, basato esclusivamente sulla frazione di eiezione, un parametro che stima la capacità del cuore di pompare sangue.
Cuore, nuovi parametri per la valutazione del rischio
“La stima, peraltro grossolana, della funzione sistolica del ventricolo sinistro ha rappresentato per decenni il principale parametro nella valutazione del rischio di aritmie fatali, ma le nostre ricerche stanno espandendo i confini della quantificazione del rischio introducendo nuovi parametri”, spiega Gianfranco Sinagra, presidente della Società italiana di cardiologia.
Ci sono infatti pazienti portatori di mutazioni genetiche maligne che, nonostante presentino un cuore apparentemente sano, “vanno incontro ad aritmie fatali senza sintomi premonitori, mentre altri, seppur presentando una importante compromissione della funzione sistolica, sembrano immuni ad eventi aritmici gravi”, prosegue Sinagra.
Ciò significa che “il solo parametro della capacità del cuore di pompare sangue non è sufficiente a indirizzare le decisioni cliniche per prevenire episodi potenzialmente fatali”.
Il primo studio ha analizzato 308 portatori di mutazioni del gene Flnc, responsabile della produzione della proteina Filamin C, fondamentale per la stabilità del muscolo cardiaco. “Un paziente può avere un cuore di dimensioni e morfologia normali, che pompa sangue normalmente, e tuttavia essere a rischio di aritmie anche fatali”, spiega Sinagra.
Durante il follow-up quasi un paziente su cinque ha avuto un evento aritmico maggiore. I ricercatori hanno così individuato cinque parametri – età, sesso maschile, sincopi, tachicardie ventricolari non sostenute e frazione di eiezione – in grado di stimare il rischio individuale con maggiore precisione rispetto ai criteri tradizionali.
La genetica cambia le regole della prevenzione
“Con questi semplici parametri è possibile calcolare il rischio individuale di evento aritmico nei successivi anni”, sottolinea Marco Canepa dell’Università di Genova. Un dato rilevante riguarda proprio la frazione di eiezione: sotto il 58% il rischio non aumenta progressivamente, mettendo in discussione uno dei principali criteri oggi usati per decidere l’impianto di un defibrillatore.
Il secondo lavoro si è concentrato sulla cardiomiopatia non dilatativa del ventricolo sinistro, una forma riconosciuta ufficialmente solo nel 2023. “Il cuore non si dilata e la funzione sistolica può risultare normale, mentre nel tessuto muscolare sono presenti cicatrici visibili soltanto alla risonanza magnetica”, evidenzia Marco Merlo, coautore del secondo lato. Su oltre 500 pazienti studiati in Italia e in Europa il 15% ha sviluppato aritmie gravi entro cinque anni.
Il terzo studio ha acceso i riflettori sul gene Nexn, associato a una possibile nuova forma di cardiomiopatia aritmogena. “Anche in questo caso il cuore appare normale, eppure un paziente su quattro sviluppa aritmie ventricolari maggiori”, osserva Matteo Dal Ferro della Cardiologia di Trieste.
Verso una medicina cardiologica di previsione
Per i ricercatori emerge così un nuovo paradigma: “La prevenzione della morte cardiaca improvvisa non può più fondarsi su un parametro unico – conclude Sinagra – ma richiede un approccio che integri genetica, imaging avanzato e storia clinica individuale”.

