In Italia vivono circa 150.000 persone con infezione da Hiv, ma stando alle stime più o meno 8-10mila connazionali non sanno di aver contratto l’infezione, alimentando così inconsapevolmente la trasmissione del virus. A preoccupare gli specialisti che si riuniscono in questi giorni a Catania per la 18ª edizione di Icar – Italian Conference on Aids and Antiviral Research, sotto l’egida di Simit (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), è anche la disinformazione dilagante su questa e altre malattie sessualmente trasmesse, specie tra i giovani. Ma vediamo qualche numero.
Stando al Centro operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, le nuove diagnosi di Hiv sostanzialmente stabili: nel 2024 sono state 2.379 contro le 2.349 nel 2023. Sembra comunque essersi arrestato il trend in calo registrato fino al 2020. E il 46% dei nuovi casi è legato a trasmissione eterosessuale. Dal 2015 è in crescita la quota di diagnosi tardive, talvolta già in fase di Aids: dal 54,4% al 59,9% nel 2024. Far emergere l’Hiv sommerso è oggi una delle sfide principali nel nostro Paese.
La percezione del rischio
“Le nuove infezioni diagnosticate in Italia negli ultimi anni sono purtroppo stabili nonostante l’incremento della PrEP. Questo dimostra che si è abbassata la percezione del rischio da parte della popolazione: se ne parla poco e la malattia non fa più paura”, sottolinea Cristina Mussini, presidente della Simit.
Test Hiv come il controllo del colesterolo
Gli specialisti hanno le idee chiare. “C’è molto bisogno di fare prevenzione, che resta uno strumento fondamentale: informazione, educazione alla salute, accesso al test. L’educazione sessuale nelle scuole è importante contro tutte le malattie sessualmente trasmesse, che sono in forte aumento, in particolare fra i giovani. È importante mantenere l’attenzione alta, parlarne e facilitare l’accesso al test: come si controlla il colesterolo, si deve poter fare anche il test per l’Hiv”, suggerisce Mussini.
Le terapie “long acting”
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dall’introduzione della prima terapia antiretrovirale, “uno dei più grandi successi della storia della medicina” ricorda Carlo Federico Perno, Co-Presidente 18° Congresso Icar e responsabile Unità di Microbiologia e Diagnostica di Immunologia dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. “Si è passati da una malattia con mortalità pressoché del 100% a una condizione oggi trattabile in modo efficace. Una situazione paragonabile a quella del diabete o dell’ipercolesterolemia, in cui il paziente deve seguire una terapia per tutta la vita. Attualmente circa il 98% dei pazienti in terapia raggiunge uno stato di non rilevabilità stabile del virus nel sangue”.
“L’infezione da Hiv è controllabile per lunghi anni, forse per tutta la vita, ma resta cronica. Su circa 40 milioni di persone infettate nel mondo, solo pochissimi casi, una manciata, sono stati effettivamente guariti, principalmente attraverso trapianti di midollo eseguiti per altre patologie come la leucemia”, rileva lo specialista.
Dall’introduzione della terapia antiretrovirale a metà anni ’90 sono stati sviluppati molti nuovi farmaci, meno tossici e meno intrusivi. Farmaci iniettivi a lunga durata stanno sostituendo le tante pillole da assumere quotidianamente, riducendo gli effetti collaterali e migliorando l’aderenza terapeutica.
“Il pilastro della cura evolve verso una personalizzazione sempre più spinta”, dice Giuseppe Nunnari, Co-Presidente del Congresso, professore ordinario di Malattie Infettive all’Università di Catania e presidente regione Sicilia della Simit. “Al centro del dibattito vi sono sia le consolidate terapie per via orale con 2-3 farmaci, sia le strategie long acting, che stanno rivoluzionando l’aderenza e la qualità della vita dei pazienti, insieme all’approfondimento dei nuovi scenari terapeutici che mirano non solo al controllo della replicazione, ma alla sfida ambiziosa degli studi sull’eradicazione e del controllo del reservoir virale. Disponiamo ormai di un armamentario che ci consente di personalizzare la terapia antiretrovirale”.
La nuova PrEP
Anche la PrEP diventa long lasting: l’Agenzia italiana del farmaco ha dato l’ok, ad aprile, alla rimborsabilità a carico del Ssn di una nuova formulazione, con somministrazione per via intramuscolare ogni due mesi.

