Maldive, la tragedia dei sub e le insidie delle immersioni oltre 30 metri

Maldive, la tragedia dei sub e le insidie delle immersioni oltre 30 metri
Un momento delle operazioni di ricerca dei sub morti alle Maldive (Maldives President’s Media Division via AP)

Fare immersioni non è uno sport privo di rischi, come ridurli al minimo nell’analisi dell’esperto Simsi dopo il caso Maldive

Non sono ancora note le cause del decesso dei 5 sub italiani morti alle Maldive dopo un’immersione in una grotta a 50-60 metri di profondità. “È stata una tragedia, anche perché conoscevo e stimavo Monica Montefalcone, una professionista incredibile. Posso solo dire che si trattava di un’immersione impegnativa, ma voglio attendere il report dei sub finlandesi (che hanno individuato i corpi, ndr), prima di esprimermi. In ogni caso entrare in grotta è ben diverso che fare un’immersione in acque libere, ed esiste una differenza tra le immersioni ricreative e quelle tecniche, oltre i 30 metri”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è Gerardo Bosco, past president della Società italiana di medicina subacquea e iperbarica e docente ordinario di Medicina Subacquea e Iperbarica presso l’Università di Chieti-Pescara. 

“Prima di un’immersione si fa un piano che tiene conto della profondità e del tempo: in base a questo, sappiamo se rientriamo in una curva di sicurezza o se vanno previste tappe di decompressione, aiutate eventualmente da altre miscele”. Al di là della tragedia delle Maldive, Bosco vuole puntualizzare un aspetto: “L’Italia è un’eccellenza della medicina subacquea, ma questa attività affascinante non è priva di  rischi“.

Come ridurre i rischi

Ma come ridurre le insidie? “Intanto – sottolinea lo specialista – occorre aver seguito e superato dei corsi ad hoc, perché il percorso didattico mette a conoscenza dei rischi che possono essere mitigati. Poi occorre essere sempre in perfetta forma fisica prima di immergersi, aver fatto una visita medica con il rilascio dell’idoneità all’immersione. Detto questo occorre conoscere se stessi: se la sera prima non ho dormito, ho mangiato troppo oppure ho bevuto, andare in acqua come se niente fosse non è la scelta giusta”.

“Anche le condizioni meteo sono fondamentali. Insieme alla tipologia di ambiente e di visibilità: nelle grotte, se per qualche motivo una pinna tocca il fondo, la visibilità si riduce in modo drammatico”.

Iperossia e Legge di Dalton

“Lo dico sempre ai miei studenti: ogni volta che un subacqueo scende in profondità si verifica il fenomeno dell’iperossia, ovvero l’aumento dell’ossigeno nel sangue e una cascata infiammatoria. Questo fenomeno è regolato dalla Legge di Dalton: la pressione aumenta di un’atmosfera ogni 10 metri di profondità. La perfetta forma fisica aiuta, ma se a questo aggiungiamo una forte corrente, un po’ di fatica, l’iperventilazione magari legata a un po’ di timore, ecco allora che le insidie aumentano. Dunque occorre una preparazione fisica e didattica, ma anche essere consapevoli che il rischio non si può azzerare del tutto, anche quando siamo in curva di sicurezza”, sottolinea lo specialista.

La discesa e la risalita

A preoccupare è la risalira troppo rapida, ma “già durante la discesa la pressione aumenta e impatta sulla fisiologia umana. Poi, certo, il momento della risalita è molto delicato: penso al fatto che  se si superano i 30 metri, l’aumento della pressione può dare una serie di problemi come la narcosi da azoto“, di cui si è parlato molto dopo la tragedia delle Maldive. “Questo fenomeno può alterare le capacità intellettive, mnemoniche e il controllo neuro-muscolare. Ma dopo i 30 metri aumenta anche l’ossigeno: il rischio si chiama tossicità da ossigeno. Si tratta di gravi situazioni che possono, purtroppo, portare all’annegamento”, ammonisce Bosco. 

Il post immersione

Lo specialista raccomanda ai sub di non sottovalutare segnali spia anche dopo essere usciti dall’acqua. “Formicolii, arti addormentati, dolore: il post immersione è un momento importante. Occorre rivolgersi subito al pronto soccorso e al centro iperbarico. E questo anche in caso di forme lievi, che vanno trattate con una tabella apposita, gestita da un medico specializzato, per limitare gli effetti gravi di un incidente subacqueo”.

Le camere iperbariche in Italia 

Ma quante sono le camere iperbariche in Italia? “Quando ero presidente della Simsi (fino al 2022, ndr) avevo fatto una mappatura: all’epoca avevamo circa 50 centri iperbarici in Italia, isole incluse. Di questi, una trentina erano davvero operativi, sia pubblici che privati convenzionati. In Italia usiamo solo camere multiposto, mentre all’estero si usano anche le monoposto”.

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