Campobasso, madre e figlia uccise dalla ricina: dove trovare i semi

Campobasso, madre e figlia uccise dalla ricina: dove trovare i semi
Fabio Firenzuoli e una pianta di ricino

Nella zona di Campobasso sono presenti 4-5 orti botanici dove potrebbero esserci state piante di ricino.

Resta ancora un giallo la morte di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi a a Pietracatella (Campobasso). Se il Centro Antiveleni Maugeri di Pavia ha confermato la presenza di ricina nei campioni di sangue di madre e figlia, morte tra il 27 e il 28 dicembre 2025, la struttura guidata dal professor Carlo Alessandro Locatelli ha accertato la positività alla sostanza “in concentrazioni compatibili con un quadro di intossicazione acuta”. A quanto si è appreso non è esclusa l’ipotesi che l’esposizione alla ricina possa essere avvenuta anche in momenti diversi. Resta il fatto che “nella zona di Campobasso, con un raggio di qualche decina di chilometri, ci sono 4-5 fra giardini e orti botanici, dove sarebbe stato possibile raccogliere in autunno-inverno semi di ricina”.

A dirlo a LaSalute di LaPresse è Fabio Firenzuoli, medico esperto di fitoterapia e fitovigilanza dell’Istituto Fanfani di Firenze.

Orti botanici e semi di ricina a Campobasso

“Se in questo momento gli investigatori cercassero piante spontanee di ricino non le troverebbero, perché iniziano a crescere da fine maggio. Mentre i semi si trovano in autunno e inverno. Nei giardini o negli orti botanici, però, ogni pianta è catalogata, quindi gli investigatori possono sapere se l’anno passato erano presenti in queste strutture”, spiega Firenzuoli.

La pianta di ricino cresce in primavera-estate e produce semi che iniziano a seccare e cadere in terra “in autunno-inverno. In questo modo, analizzando le registrazioni, sarebbe possibile capire se c’erano piante e trovare un eventuale collegamento con l’avvelenamento con ricina a Campobasso”.

Non dimentichiamo poi che i semi di questa pianta un tempo famosa per l’olio di ricino, simili a fagioli, sono tossici se vengono ingeriti, anche interi o dopo la cottura. E, come ha già precisato Firenzuoli, “non c’è un antidoto all’avvelenamento con semi di ricino”. A fare la differenza è la dose cui si è stati esposti.

Le analisi tra Pavia e Roma

Le analisi non hanno invece fatto luce sulla situazione di  Giovanni Di Vita, marito e padre delle due donne morte a Campobasso, ricoverato a fine anno all’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma quando ancora si sospettava un’intossicazione alimentare.

I campioni del paziente sono stati raccolti e conservati per mesi presso lo Spallanzani “secondo modalità specificamente previste e validate per le indagini di microbiologia clinica”, che costituivano l’unica tipologia di analisi per la quale l’Istituto era stato formalmente coinvolto, come hanno precisato da via Portuense.

Quando poi questi stessi campioni sono stati inviati al Maugeri l’11 marzo – dopo che gli esperti avevano acceso i riflettori sulla ricina – era comunque troppo tardi per rilevare un’eventuale traccia di questa sostanza, come hanno spiegato gli esperti del Centro anti-veleni.

Nella relazione del team di Locatelli si evidenzia infatti che “la negatività dei campioni biologici riferibili al signor Di Vita Giovanni può ritenersi compatibile sia con l’eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione, anche completa, dell’analita, in ragione del tempo trascorso tra il prelievo e l’esecuzione delle analisi”.

Campobasso, madre e figlia uccise dalla ricina: dove trovare i semi
Semi di ricino – Foto: Fabio Firenzuoli
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