Morire a scuola a 18 anni, accoltellato da un compagno di classe. Dopo la tragedia a La Spezia e l’aggressione a Sora emerge una realtà inquietante: i ragazzi vanno a scuola armati di coltello e spesso lo utilizzano per risolvere liti o discussioni.
Scontri per motivi banali, che sconcertano gli adulti. “L’arma è solo il sintomo di qualcosa che è cambiato nella società. I controlli più stringenti possono servire sì, ma la vera prevenzione inizia nelle famiglie che ascoltano, nelle scuole che educano alle emozioni e negli adulti che non minimizzano il disagio”, dice a LaPresse Antonella Elena Rossi, criminologa e psicologa.
Insomma, l’idea di stringere le maglie dei controlli può aiutare, ma pensiamo anche che tutto sommato non è così difficile procurarsi una lama. Non serve il dark web: basta prenderla nel cassetto delle posate.
Non è solo una questione di occasione: “Un ragazzo che si sente protetto non ha bisogno di proteggersi con un’arma – dice Rossi – Mentre un bullo che viene fermato prima che sia ‘conclamato’ non ha bisogno di affermarsi attraverso la violenza”.
Come intervenire (e soprattutto quando)
“Nei dibattiti internazionali si discute da tempo sulle soluzioni a questa esplosione di violenza a scuola”, dice la psicologa. Un fenomeno che non è solo dell’Italia, ma che ha radici lontane. “Ne parliamo da circa un decennio”.
“Non si tratta di armare il personale scolastico, ma piuttosto di far sentire sicuri gli studenti che potrebbero essere bullizzati e di intercettare i comportamenti più insidiosi fin dalle primarie, perché se ci accorgiamo dei bulli solo quando sono conclamati e armati di coltello, facciamo fatica a fermarli”, ragiona Rossi.
A scuola di educazione emotiva
La specialista non ha dubbi. “Occorre un’educazione emotiva già dalla scuola primaria, che aiuti i giovanissimi a costruire un linguaggio delle emozioni. Chi sa dire ‘ho paura’ non ha bisogno di dire ‘faccio paura’”.
Lo psicologo a scuola, il dialogo in classe, l’ascolto a casa e di sicuro evitare di normalizzare la violenza: le tappe della risposta sono articolate, ma ormai ineludibili.
Con qualche attenzione in più: “Sicurezza sì, umiliazione no: gli interventi devono essere proporzionati e mirati. Perché umiliare un ragazzo aumenta il rischio e non lo riduce”, avverte la psicologa.

