Un uomo tenuto a faccia in giù mentre viene ammanettato, che in pochi minuti smette di respirare. La morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, riporta al centro una questione clinica che la medicina d’emergenza conosce da oltre trent’anni: “La contenzione fisica prolungata in posizione prona, con il peso degli operatori sul torace e la compressione della nuca, può uccidere”.
Lo sottolinea la Società Italiana Sistema 118 (SIS118) che – nel rispetto dell’indagine della Procura di Bologna e dell’autopsia disposta dopo il decesso – sceglie di parlare di fisiopatologia, non di responsabilità. “L’agitazione psicomotoria acuta è, a tutti gli effetti, un’emergenza medica”, ribadisce il presidente nazionale Sis118 Mario Balzanelli.
Tre possibili cause della morte a Bologna
Il decesso in questi casi non è quasi mai un semplice soffocamento. A convergere sono tre linee causali. L’organismo, in preda a una tempesta di catecolamine e a uno sforzo muscolare estremo, “va incontro ad aritmie maligne, ischemia, acidosi da acido lattico, rabdomiolisi con rilascio di potassio e ipertermia, una cascata di eventi che, da sola, può fermare il cuore anche senza alcuna contenzione. È il quadro un tempo chiamato ‘excited delirium’, etichetta oggi abbandonata dalle società scientifiche, ma la cui sostanza fisiopatologica resta reale”, scrive la SIS118.
La seconda linea “è la posizione prona. Schiacciato a terra, con il peso di uno o più operatori sul dorso, il soggetto non riesce più a espandere torace e diaframma. Proprio quando servirebbe iperventilare per smaltire l’anidride carbonica in eccesso, la meccanica respiratoria è bloccata: la CO2 si accumula, il sangue si acidifica ulteriormente, il cuore cede. La compressione del collo aggrava il quadro”.
La terza è lo spray al peperoncino, impiegato a Bologna pochi istanti prima dell’immobilizzazione. “L’oleoresin capsicum può provocare laringospasmo e broncospasmo, con dispnea e chiusura delle vie aeree, effetti che diventano pericolosi soprattutto in chi soffre d’asma. E i familiari di Fakir riferiscono che l’uomo era asmatico, con precedenti ricoveri per problemi respiratori”, si legge nella nota della Sis118.
Il risultato è un arresto cardiaco che si manifesta tipicamente come ‘attività elettrica senza polso’ o asistolia – non un ritmo beneficiario della scarica elettrica erogata dal defibrillatore, caratterizzato da probabilità molto minori, sul piano statistico, di conseguire, durante la rianimazione, il ripristino della circolazione spontanea.
La finestra per evitarlo, o per renderlo molto meno probabile, avverte la SIS118, è strettissima “e coincide con un gesto semplice: togliere subito la persona dalla posizione prona”.
Per Balzanelli il punto è che l’agitazione psicomotoria “è una condizione clinica potenzialmente pericolosa per il paziente e per l’ambiente circostante, e richiede necessariamente l’intervento di un equipaggio del 118 composto da medico e infermiere“. Solo un team sanitario, spiega, può valutare clinicamente il paziente, praticare in sicurezza un’eventuale sedazione e monitorarlo per cogliere in tempo i segni di deterioramento, prevenendo complicanze letali come crisi ipertensive severe e aritmie maligne.
Le richieste di Sis118
Da qui l’appello con richieste specifiche: riconoscere l’agitazione acuta come emergenza medica e attivare sempre il 118 con equipaggio medico-infermieristico; non mantenere mai la posizione prona con peso sul dorso e compressione della nuca; riportare immediatamente il soggetto, una volta controllato, in posizione laterale di sicurezza o seduta; affidare la contenzione farmacologica solo a personale sanitario, con monitoraggio continuo di saturazione, elettrocardiogramma e pressione; costruire protocolli condivisi e formazione congiunta tra forze dell’ordine e Sistema 118.
“La giustizia farà il suo corso”, concludono da Sis118, “ma il compito della comunità scientifica è impedire che simili tragedie si ripetano. La conoscenza esiste da oltre trent’anni: trasformarla in protocolli operativi e in formazione condivisa è oggi un’urgenza non più rinviabile”. La società conferma la propria disponibilità – a titolo gratuito – a offrire alle Forze di Polizia percorsi di formazione e addestramento sulle manovre salvavita e sul primo soccorso.

