“Sembrava una macelleria messicana“. Con queste parole il 13 giugno del 2007, nell’aula bunker del carcere di Bolzaneto, Michelangelo Fournier rompeva il muro di omertà su quanto accadde all’interno della Diaz nella notte tra sabato 21 e domenica 22 luglio 2001 a Genova.
Le parole di Fournier, comandante del primo reparto mobile di Roma, il contingente della Polizia di Stato che per primo sfondò i cancelli facendo irruzione nella scuola, furono fatte proprie e citate dalle sentenza n. 38085/2012 della Cassazione, che in questo modo mise la parola fine, almeno da un punto di vista giudiziario, sui fatti di quella notte.
Il G8 di Genova di 25 anni fa
Il contesto è quello del G8 di Genova di 25 anni fa, la prima grande uscita del secondo governo Berlusconi, che poco più di un mese prima aveva giurato sostituendo l’esecutivo di centrosinistra guidato da Massimo D’Alema. Il giorno prima, il 20 luglio 2001, un ragazzo di nome Carlo Giuliani era morto in piazza, colpito da un colpo di pistola sparato da un carabiniere ausiliare, mentre stava assalendo il blindato su cui viaggiava l’agente. Gli scontri si susseguirono quasi interrottamente per tutta la durata del summit. Per quattro giorni Genova si trasformò in un teatro di guerriglia urbana tra i più violenti mai registrati, con una gestione dell’ordine pubblico disastrosa che portò a quella che, negli anni successivi, Amnesty International descrisse come “La più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”.
Le sentenze e l’analisi della catena di errori
Se le sentenze hanno decretato, almeno in parte, la verità giudiziaria di quanto accaduto durante le violenze smisurate di quei giorni, quello che ancora oggi fatica a emergere è un’analisi condivisa della catena di errori che ha condotto a quel disastro. Un processo di creazione di una memoria storica, un modo affinché il paese possa finalmente tirare le somme rispetto a quanto accaduto, chiudendo definitivamente una ferita che da 25 anni continua a essere viva e aperta come non mai.
Da qui l’idea di mettere a confronto alcuni dei protagonisti di quel luglio 2001. Figure centrali che, ognuno nel proprio ruolo, hanno potuto toccare con mano il cortocircuito che ha preso forma in quei giorni. È così che LaPresse ha intervistato in esclusiva l’allora ministro degli Interni Claudio Scajola, il dirigente della polizia di Stato che gestì la piazza all’esterno della scuola Diaz nella notte tra il 20 e il 21 luglio, Gianpaolo Trevisi, uno dei ledaer del ‘Movimento No Global’ italiano e dei ‘Disobbedienti’, Guido Lutrario, e Nicola Fratoianni, oggi leader di Avs e allora esponente di punta anche lui dei movimenti ‘No Global’ e ‘Disobbedienti’. I quattro hanno quindi analizzato e commentato la propria esperienza personale, a partire dalle stesse domande, nel tentativo di creare un confronto su un terreno comune, che potesse aiutare nel processo di generazione di una memoria condivisa. Il nucleo centrale attorno a cui è stato condotto questo esperimento è stato la ricerca dell’autocritica: “Qual è stato l’errore che, nella sua posizione di allora e inquadrato nella sua struttura, oggi non commetterebbe più?”. Questa la domanda da cui si è partiti, non prima, però, di aver dato il giusto spazio al ricordo personale di quei giorni: “Come descriverebbe, con una singola parola, la sua esperienza al G8 di Genova?”.
Il confronto e le diverse risposte
Ed è qui che le risposte, immediatamente, cominciano a differire, mettendo in luce tutta l’eterogeneità di quel vissuto: “La parola che rende meglio è notte“, sentenzia il funzionario Trevisi, che proprio dall’esperienza della sua notte tra il 20 e il 21 luglio 2001 ha recentemente tratto anche un libro dal titolo ‘Faccia a Faccia’, che prende le mosse dalla foto che lo ritrae, proprio in quelle ore, in dialogo con il portavoce del ‘Genova Social Forum’ Vittorio Agnoletto.
“Entusiasmante. Eravamo migliaia con una voglia di batterci contro i potenti della terra” è invece la risposta che a caldo dà Lutrario. E proprio a loro, ai potenti della terra, corre il pensiero del titolare del Viminale in quegli anni, Scajola, :
“Che parola userei? Un’occasione persa. Il primo G8 dove si era messa insieme anche la Russia di Putin” accanto, tra gli altri, al presidente degli Stati Uniti d’America George Bush, meno di un anno prima della foto di Pratica di Mare, in cui Berlusconi sanciva plasticamente la pace tra USA ed ex URSS con la stretta di mano, poi divenuta celebre, tra i due leader.
Sull’immagine che non cancelleranno mai dalla propria testa, invece, le risposte sono molto più simili. Tanto per le istituzioni, quanto per i manifestanti, quel che ancora oggi rimane impossibile da dimenticare è innanzitutto il corpo senza vita di Carlo Giuliani, come ricordato sia da Scajola che da Lutrario. Subito dopo, le violenze alla Diaz: “L’immagine che non posso dimenticare? Quando mi sono reso conto che dalla scuola uscivano decine e decine di feriti, feriti sulle barelle o che sputavano sangue – ammette Trevisi – nulla a che fare con quello che dissero il giorno dopo”, in riferimento a quelle che si provarono a far passare come “le famose ferite pregresse”. Si trattava invece di “ferite causate durante quell’operazione”. Uno degli episodi che contribuì a quella catena di errori che diede vita all’ingiustificabile “macelleria messicana” che venne poi sentenziata a processo. Una catena di errori che, stando all’opinione di chi in quel momento era il responsabile politico della gestione dell’ordine pubblico, ha però un’origine molto specifica: “L’errore è precedente – riflette dunque Scajola – quando il governo D’Alema individuò due anni prima la scelta di Genova come sede del summit”. “Arrivati noi, eletti da un mese, abbiamo ritenuto che sarebbe stato pericoloso modificare i piani che erano stati preparati dalle forze di polizia e che erano molto impegnativi. Dovemmo gestire scelte non nostre”, spiega l’ex ministro. Di opinione completamente opposta sulle responsabilità è Nicola Fratoianni, che si dice convinto che“quello che è successo a Genova fosse stato pianificato, ci fosse una scelta politica molto precisa. Ci fu lì il tentativo di stroncare un movimento che cominciava a far paura a livello globale, che era considerato come un nemico pericoloso perché aveva avuto la forza di mettere insieme tantissime differenze, tantissime energie attorno a un nodo decisivo: l’illegittimità del potere esercitato come forma di sfruttamento, del potere che allargava le diseguaglianze, che ci conduceva di nuovo nel baratro della guerra, che minacciava una crisi climatica di cui gli effetti oggi vediamo drammaticamente”.
L’autocritica di Trevisi
Più autocritico nell’analisi dell’errore è invece Trevisi che, trovandosi direttamente coinvolto nelle operazioni di piazza, non può oggi fare a meno di notare come in quelle ore ci fu “una totale impreparazione nostra, e con nostra intendo dello Stato e delle forze dell’ordine, a gestire le piazze”. E in effetti Scajola non nega che siano stati commessi “un insieme di piccoli errori”, pur sottolineando però che quegli stessi sbagli “non possono far criminalizzare le forze di polizia, che hanno subito delle grandi aggressioni”. Allo stesso tempo, però, l’ex ministro ammette anche che quelle che seguirono da parte delle stesse forze di polizia furono “rivalse vergognose come pagina del diritto italiano”. Il riferimento è direttamente agli episodi di Bolzaneto e della Diaz, “una vergogna per uno stato di diritto come il nostro”, sentenzia l’esponente forzista. Ricordando questi stessi episodi, l’errore che invece uno dei leader di piazza riconosce al suo movimento è proprio quello di aver “sottovalutato la violenza del nemico, del potere“. Su questo gli fa eco anche Fratoianni, per cui i fatti della Diaz e di Bolzaneto “sono stati un salto di qualità all’americana nella gestione dell’ordine pubblico e della repressione”, sottolineando però come, in questo senso, non è possibile parlare di errore, se non quello in cui la situazione divenne tale che da “non avere più il controllo di una scelta che comunque era orientata ad una repressione assolutamente senza precedenti”.
Immagini forti, impossibili da rimuovere per ciascuno dei protagonisti di quei giorni i quali, ovviamente, negli anni hanno tratto ognuno le proprie considerazioni, come quella di Trevisi:
“Una delle immagini che ricordo e che è stata impressa su tutti i giornali è il mio faccia a faccia con Agnoletto. Cercai di spiegargli che era in corso un 41, che è una perquisizione quando si pensa che all’interno di una struttura ci siano armi esplosivi, ma sapevo che qualcosa non stava andando come io pensavo dovesse andare. E quindi ero già combattuto. Ero non imbarazzato perché mi ritrovavo a dare delle risposte, ma sapevo insomma che qualcosa là dentro era completamente saltato, insomma. Quindi era un sentimento davvero quasi di vergogna”.
“Qual è la lezione personale e umana che ho imparato? Di non rimanere mai in silenzio rispetto alle cose a cui assistiamo, anche le più brutte”, è la risposta, senza esitazioni, di Trevisi che, in quanto funzionario di polizia, pur non partecipando direttamente alla “mattanza messicana” perché incaricato di mantenere l’ordine all’esterno della scuola, ha deciso comunque di assumersi le proprie responsabilità per quanto accaduto in quei giorni. Non solo, grazie al ruolo, svolto fino a poco tempo fa, di direttore di una scuola di polizia, Trevisi ha provato anche a trasmettere la sua esperienza ai futuri agenti sul campo, anche mostrando ai studenti mostrando i video della scuola Diaz, non venendo risparmiato da critiche da parte di altri esponenti delle forze dell’ordine per questo suo metodo d’insegnamento.
Dal canto suo, invece, per Lutrario, che oggi continua a esprimere il suo attivismo alla guida dell’Unione Sindacale di Base (USB), la lezione è molto più pratica: “Se non ti organizzi, se non hai un progetto di lunga durata, difficilmente la spunti” contro quello stesso potere che a Genova, invece, li ha schiacciati.
Per un politico di lungo corso come Scajola, infine, il messaggio è più complesso: “L’insegnamento di quella manifestazione potrebbe portarci a dire che le manifestazioni non si devono fare. No. È giusto manifestare. I giovani devono avere il coraggio di dire sempre le loro idee“, afferma, per poi concludere: “I giovani devono essere liberi di poter manifestare, ma non si facciano condizionare, ragionino con la loro testa, continuino a manifestare, ma sempre nel rispetto degli altri”. Quegli stessi giovani a cui Fratoianni si sente di dare un unico consiglio: “Impegnatevi, organizzatevi per cambiare il mondo”.

