Case di Comunità già attive, il progetto avviato a Napoli

Case di Comunità già attive, il progetto avviato a Napoli
Frank Hoermann / SVEN SIMON/picture-alliance/dpa/AP Images

La dottoressa di famiglia al lavoro in una Casa di comunità e il progetto per la Bpco

Mentre la spada di Damocle della scadenza del 30 giugno incombe sul ministro della Salute Schillaci, ci sono Case di Comunità già operative. Come quelle dell’Asl Napoli 1, aperte da aprile in virtù di un accordo integrativo siglato in ottobre tra la Regione e i medici di medicina generale. “C’è fretta di aprirle perché la scadenza prevista dal Pnrr si avvicina, ma resta il nodo dell’organizzazione: bisogna ancora capire bene cosa dobbiamo fare”, racconta a LaPresse Pina Tommasielli, medico di medicina e generale e dirigente della Fimmg Campania. 

I tempi della burocrazia

“Le Case di Comunità hanno i tempi delle strutture pubbliche, che non coincidono con quelli della medicina generale. Noi, quando manca qualcosa in studio, andiamo subito a comprarla. Qui, invece, dobbiamo confrontarci coi tempi della burocrazia”, premette Tommasielli. 

Case di comunità, la testimonianza

Molte delle nuove strutture – dice il medico – sono sì aperte, ma ancora lontane dalla piena operatività. “Capita di andare in struttura per svolgere il proprio turno e non avere niente da fare”. Per questo la dottoressa Tommasielli ha fatto di necessità virtù, cercando di sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla compresenza di professionisti diversi. 

“Ho trasferito in Casa di Comunità l’attività di spirometria che già svolgevo nel mio studio”, racconta. Osservando la presenza di psicologi di base e Serd nella stessa struttura, “mi si è accesa una lampadina: molti dei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva che seguo sono fumatori e chiedono aiuto per smettere”. 

Da qui la proposta di un percorso condiviso, oggi in fase di formalizzazione con l’Asl, che prevede l’invio dei pazienti motivati a smettere agli psicologi o agli operatori del Serd. “Da ‘vicini di casa’ abbiamo creato un percorso diagnostico terapeutico assistenziale, basato sull’integrazione tra presa in carico medica e sostegno psicologico”. 

Preservare l’indipendenza dei medici 

Le Case di Comunità, concepite in questo modo, “possono avere un valore”, sottolinea Tommasielli. Che non deroga però su una condizione, che è poi il motivo del contendere tra ministero e Fimmg: “Il medico di medicina generale deve mantenere la propria autonomia professionale e non diventare dipendente”.  

Cosa manca dunque oggi alle Case di Comunità per essere davvero efficienti? “Sicuramente serve maggiore organizzazione. E forse in qualche caso c’è anche da vincere la resistenza di qualche manager o direttore di distretto intento a difendere l’orticello dei suoi dipendenti. Se non mi fossi inventata il protocollo della spirometria – conclude – avrei passato i turni a girarmi i pollici, come fanno altri colleghi”. 

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