Modena, presidente psichiatri: “Bisogni complessi e risorse insufficienti”

Modena, presidente psichiatri: “Bisogni complessi e risorse insufficienti”
Foto LaPresse

Modena, parla il presidente della Società italiana di psichiatria: “Servizi territoriali con poche risorse”

Dal 2022 al 2024 Salim El Koudri, il 31enne che sabato pomeriggio a Modena ha investito e ferito sette persone con la sua auto, era stato seguito dal Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità. Dopo due anni, però, El Koudri aveva interrotto il percorso di cura, scomparendo dai radar. “Le interruzioni non concordate sono frequenti e ben note nei servizi di salute mentale”, spiega a LaSalute di LaPresse Guido Di Sciascio, presidente della Società italiana di psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asl di Bari. 

Il disengagement dal percorso di cura

È il fenomeno del disengagement, “un progressivo disinvestimento della persona dal percorso di cura. Il paziente interrompe gli accessi, perde continuità terapeutica, riduce l’aderenza ai trattamenti e si allontana dai servizi senza una chiusura condivisa del progetto terapeutico”, dice il presidente Sip.

Modena, presidente psichiatri: “Bisogni complessi e risorse insufficienti”
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in visita all’ospedale di Baggiovara (Foto Alessandro Fiocchi/LaPresse)

Una tendenza che accende un faro sulle criticità dei servizi territoriali, che “intercettano bisogni sempre più complessi con risorse spesso insufficienti. Un centro di salute mentale non può limitarsi a essere un ambulatorio che aspetta il paziente”, fa notare lo psichiatra.  Deve piuttosto “poter lavorare in prossimità, con équipe multiprofessionali, interventi domiciliari e in raccordo con medici di medicina generale, servizi sociali, famiglie, lavoro scuola e comunità”. 

Oltre l’80% delle interruzioni terapeutiche avviene senza un accordo con i curanti. Per Di Sciascio la salute mentale territoriale “deve essere rafforzata non solo sul piano numerico, ma anche sulla capacità di costruire engagement, prossimità e continuità di cura, soprattutto nelle situazioni più fragili”. 

Che cos’è il disturbo schizoide di personalità

Il disturbo schizoide di personalità “è una condizione caratterizzata da marcata tendenza al ritiro sociale, povertà delle relazioni interpersonali, ridotta espressione emotiva e apparente distacco affettivo”, chiarisce l’esperto. 

Nessuno di questi elementi, da solo, può però determinare automaticamente un comportamento violento. “Sarebbe una semplificazione scientificamente sbagliata e socialmente pericolosa”, precisa subito Di Sciascio. Quando accadono fatti estremi, infatti, “bisogna distinguere il piano clinico, quello giudiziario e quello sociale”. 

Modena, presidente psichiatri: “Bisogni complessi e risorse insufficienti”
Piazza Grande, Modena: presidio di vicinanza e solidarietà alle vittime e alle loro famiglie

Il caso di Modena e il rischio generalizzazione

Ricorrere a pericolose generalizzazioni, in questi casi, risulta una tentazione in cui è facile cadere. “La grande maggioranza delle persone con disturbi psichici – prosegue l’esperto – non è violenta. Continuare ad associare in modo automatico malattia mentale e pericolosità alimenta lo stigma e allontana le persone dalle cure”. 

Se è vero che i fattori psicopatologici possono concorrere a determinare comportamenti violenti, non vanno sottovalutati “isolamento, fallimenti esistenziali, marginalità, difficoltà lavorative, assenza di rete familiare, rottura dei legami sociali, eventuale uso di sostanze, vissuti persecutori o rabbia non elaborata”.

È quindi la “combinazione dei fattori di rischio, non l’etichetta diagnostica in sé, che va analizzata”, chiarisce il numero uno della Sip. Allo stesso modo vanno maneggiate con cura le descrizioni raccolte dopo il fatto di cronaca, che parlano di un uomo “solitario”, “taciturno” e “dai tratti inquietanti”. 

Segnali premonitori?

Il rischio, dopo eventi così drammatici, “è rileggere retrospettivamente ogni tratto personale come un segnale premonitore”, avvisa l’esperto. “La psichiatria deve invece mantenere rigore: comprendere, valutare, distinguere, senza trasformare la sofferenza psichica in una categoria possibilmente oggetto di sospetto sociale”. 

La risposta, per Di Sciascio, “non può essere ‘più controllo sociale’, ma più cura: più personale, più continuità, più interventi precoci e più integrazione territoriale. La sicurezza della comunità – conclude – passa anche dalla possibilità concreta di non lasciare sole le persone più fragili”. 

© Riproduzione Riservata