Sono 12mila gli episodi di violenza nei confronti degli infermieri, una media di 6 l’anno a testa. Così nella Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari, questi professionisti si confermano “in prima linea”. A dircelo sono i dati raccolti dalla Fnopi (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) e consegnati all’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità per la relazione 2025.
La survey fra gli infermieri
A gennaio la Federazione aveva proposto agli iscritti un questionario per monitorare gli episodi di violenza e hanno risposto in 6.232. Le adesioni maggiori sono state registrate in Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Piemonte. Ebbene, 2.771 tra infermieri e colleghi pediatrici hanno dichiarato di essere stati aggrediti negli ultimi 12 mesi. La maggioranza è donna e lavora nel settore pubblico.
I luoghi in cui si verificano la maggior parte delle aggressioni sono ambulatori pubblici, spazi comuni delle strutture sanitarie, interni o esterni, reparti di degenza, pronto soccorso, servizi territoriali.
Le ragioni della violenza
“Un fenomeno deprecabile da condannare a prescindere. La violenza, sia essa fisica che verbale, di cui gli infermieri sono tra i principali bersagli, non ha mai attenuanti”, afferma il segretario nazionale del Nursind Andrea Bottega.
“Fatta questa premessa, occorre con molta onestà anche ammettere che è figlia del mal funzionamento del nostro Ssn. E, con la stessa onestà, riconoscere quanto sia peggiorata la situazione, dal momento che alle tensioni dall’esterno, frutto della rabbia dei pazienti o dei loro familiari, cominciano ad affiancarsi frizioni generate nel cuore stesso del Servizio sanitario”.
Le frizioni interne
“Crediamo che sarebbe utile cominciare a monitorare pure alcuni episodi che testimoniano di un rapporto che si sta facendo via via teso tra medici e infermieri”, prosegue Bottega.
In che senso? “In linea di massima il lavoro d’equipe funziona bene, ma diversi casi di cui iniziano a riempirsi le cronache sono un campanello d’allarme”, aggiunge Bottega che, dopo aver ricordato le recenti scintille con il presidente Fnomceo Filippo Anelli, chiama in causa anche “l’uso troppo disinvolto dei gettonisti”.
“Si tratta di professionisti che non sempre riescono a uniformarsi allo spirito e alle regole del Ssn e che, il più delle volte, non hanno neppure alcun interesse a fare squadra e instaurare rapporti con colleghi e pazienti. Ecco perché servono interventi concreti per guarire la nostra sanità”, chiarisce il numero uno di Nursind.
Cosa fare? “Tanto per cominciare un’iniezione di risorse per rafforzare il personale del Ssn e una cornice legislativa chiara così da delineare nuovi ruoli e responsabilità in capo ai diversi operatori sanitari, per una risposta adeguata ai bisogni dei cittadini”, conclude Bottega. Denaro e regole certe per una sanità che sta cambiando pelle ma che è costretta a fare i conti con una serie di sfide ormai ineludibili.

