“Quando chi cura ha paura, ha timore degli atti di violenza, non è solo un professionista a essere intimorito, è lo stesso diritto alla salute che ne esce indebolito”. Così il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari.
Curare senza paura per Anelli “non è uno slogan, è qualcosa di più: è una condizione essenziale della nostra democrazia”, ricorda. E certo i numeri delle aggressioni ai professionisti che operano in prima linea in sanità sono impressionanti. Fra gli ultimi episodi spicca quello al Policlinico di Bari, ma se guardiamo i dati 2025 le aggressioni a operatori sanitari e sociosanitari sfiorano quota 18mila, coinvolgendo oltre 23mila operatori (23.367).
Chi sono gli aggressori e gli aggrediti
Stando alla Relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie le segnalazioni sarebbero in leggero calo rispetto all’anno 2024 (18.392). Gli aggressori sono prevalentemente i pazienti, seguiti da familiari. Netta la prevalenza di aggressioni verbali (69%) rispetto a quelle fisiche (25%) e contro la proprietà (6%). Vittime più spesso le donne, con un percentuale che supera il 60% nella maggior parte delle Regioni.
Le aggressioni si concentrano su personale infermieristico (55%), medici (16%) e operatori socio-sanitari (11%). Il 12% delle segnalazioni riguarda altre categorie professionali, come dipendenti non sanitari e operatori nei front office (3%), vigilanti, soccorritori (9%).
“Le aggressioni contro gli operatori sanitari sono un fenomeno inaccettabile e per questo siamo intervenuti con fermezza”, rivendica il ministro della Salute Orazio Schillaci. “Abbiamo inasprito le pene per gli aggressori, fino all’arresto in flagranza differita, e lavoriamo costantemente per rafforzare le misure di prevenzione della violenza contro il personale e la sicurezza nelle strutture sanitarie. Proteggere gli operatori sanitari e socio-sanitari non è solo un dovere ma la garanzia per i cittadini di avere cure di qualità e più sicure”.
Dove si scatena la violenza e come contrastarla
Se le cronache raccontano di episodi continui di aggressioni in ospedale, i Pronto Soccorso, i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura e le Aree di Degenza emergono i luoghi più critici. Rispetto all’anno scorso restano stabili le segnalazioni negli Istituti Penitenziari (428 contro 433).
Per ridurre i fattori di rischio connessi alla violenza, nella Raccomandazione ad hoc del ministero della Salute si raccomanda la dotazione di impianti di sicurezza come pulsanti antipanico o allarmi portatili nei luoghi dove il rischio è elevato, impianti di video sorveglianza h24 a circuito chiuso, nel rispetto della privacy, e se necessario di metal-detector fissi o portatili nonché l’utilizzo di dispositivi audio/video o body-cam per il personale più a rischio.
La Raccomandazione evidenzia anche la necessità di sale d’accoglienza confortevoli, l’installazione di alert che informino i pazienti in attesa dell’eventuale sovraffollamento e, nei luoghi strategici (reparti, sala d’attesa, accoglienza), l’utilizzo di segnaletica con messaggi per sensibilizzare e informare i cittadini che gli atti di violenza costituiscono reato.
Il caso dei tecnici e delle professioni sanitarie
Non solo infermieri e medici: anche i professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e della prevenzione subiscono quotidianamente aggressioni, il più delle volte senza fare notizia. E a soffrire di più sono le donne. Lo confermano i primi dati della survey nazionale avviata dalla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione.
Il 43% di questi professionisti ha subito almeno un’aggressione negli ultimi 12 mesi, e il 38,4% ha vissuto almeno un episodio nel corso della propria carriera. Più del 70% delle aggressioni sono di tipo verbale; mentre la violenza fisica riguarda circa 1 professionista su 6. “Non siamo di fronte a episodi isolati, ma a un fenomeno diffuso e sottostimato”, dichiara il presidente Diego Catania. “Gli episodi di violenza, esito di una combinazione di fattori, legati all’organizzazione dei servizi, al sovraffollamento, alle liste d’attesa, alla carenza di personale, sommato alle condizioni in cui versano le persone assistite e al contesto sociale in cui ci troviamo a operare, sono all’ordine del giorno. Fattori che generano un clima di sfiducia e tensione che si scarica su chi, senza colpe, tiene in piedi il sistema sanitario”.
Questione di fiducia
Gli episodi di violenza sono spia di uno stress del sistema. Ma “proteggere chi cura – conclude Filippo Anelli – significa proteggere i cittadini. Viviamo in un tempo di diffusa sfiducia verso le istituzioni. Eppure, la professione medica continua a rappresentare un punto di riferimento. Questa fiducia è un patrimonio morale enorme. Non possiamo disperderlo”.

