Vaccini e dubbi: esita quasi un adulto su 2, l’identikit

Vaccini e dubbi: esita quasi un adulto su 2, l’identikit
Photo by: Arno Burgi/picture-alliance/dpa/AP Images

L’indagine che ‘fotografa’ italiani e vaccini: a sorpresa il picco è tra i 60-74 anni. Le ragioni dell’esitazione.

C’è poco da fare: quando si parla di vaccini, i dubbi in Italia ‘contagiano’ quasi un adulto su due. A dircelo è un interessante studio dell’Università di Torino che ha coinvolto un campione di oltre 52.000 adulti in tutta Italia (rappresentativi della popolazione adulta per età, genere, livello di istruzione, area geografica e dimensione del comune di residenza), pubblicato su  The Lancet Regional Health – Europe.

Si tratta del primo risultato della INF-ACT Vaccine Hesitancy Survey, una delle più ampie indagini mai condotte in Italia su questo tema così caldo. Ebbene, se quasi un adulto su due manifesta forme di esitazione nei confronti delle vaccinazioni, il fenomeno è ben più complesso e appare influenzato da caratteristiche demografiche e sociali, esperienze personali, orientamento politico e religioso e soprattutto dal livello di fiducia nelle istituzioni e nei sistemi sanitari.

Come segnala Fabrizio Bert, direttore del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche all’Università di Torino, “l’esitazione vaccinale continua a rappresentare una delle principali sfide per i programmi di immunizzazione e per la tutela della salute pubblica. Ma il fenomeno è complesso: i risultati suggeriscono che, oggi, l’esitazione vaccinale dipende meno da timori legati alla sicurezza dei vaccini e più dalla difficoltà di comunicare efficacemente il valore della vaccinazione”.

“Un elemento centrale che emerge dall’indagine riguarda il ruolo delle figure di riferimento nella comunità. L’esitazione vaccinale risulta, infatti, più elevata tra le persone che non percepiscono un chiaro sostegno alla vaccinazione da parte di operatori sanitari, insegnanti o leader religiosi”.

L’identikit di chi dubita

Lo studio è stato coordinato dal Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino e ha coinvolto Giuseppina Lo Moro, Fabrizio Bert e Roberta Siliquini, principal investigator della ricerca. Il lavoro, cui hanno collaborato anche le Università Sapienza di Roma, Pavia, Cagliari e la Cattolica del Sacro Cuore, ha permesso di tracciare una sorta di identikit del dubbioso.

“L’esitazione – afferma a LaSalute di LaPresse la professoressa Siliquini, direttrice della Scuola di Specialità di Igiene dell’Università di Torino – risulta più elevata tra gli adulti sopra i 30 anni, con un picco nella fascia 60–74 anni, che pure rappresenta paradossalmente uno dei principali target delle campagne vaccinali”.

Il picco e il ricorso alla medicina alternativa

Dal punto di vista geografico, “i livelli più alti di esitazione si osservano nelle aree Centro e del Nord Italia. Il profilo tipico – continua la specialista – include persone con un titolo di studio medio (diploma di scuola media o superiore), una bassa alfabetizzazione sanitaria e una scarsa fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale. Un elemento fortemente associato all’esitazione è anche il ricorso alla medicina alternativa o complementare al posto di quella convenzionale. Inoltre – ribadisce con forza Siliquini – l’esitazione aumenta quando manca un supporto percepito pro-vaccinazioni da parte di figure di riferimento locali, come medici e altri professionisti sanitari, insegnanti o leader religiosi”.

Ripensare le strategie di sanità pubblica

Eppure i vaccini sono un presidio indispensabile, ancor più per un Paese che invecchia. Ecco allora perché, secondo gli autori, occorre ripensare le strategie di sanità pubblica. Ma come? “La comunicazione dovrebbe essere adattata ai diversi sottogruppi di popolazione, affrontando la sfiducia istituzionale attraverso il coinvolgimento di reti comunitarie e figure di prossimità. Rafforzare l’accessibilità e la qualità dei servizi vaccinali e ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni rimane una priorità”, sottolineano i ricercatori. Che auspicano anche una comunicazione sui vaccini depoliticizzata e “basata su solide evidenze scientifiche”. 

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