Ricorrere alle formulazioni solide di vitamina D, da affiancare a quelle orali, potrebbe far risparmiare al Servizio sanitario nazionale 52,2 milioni di euro in tre anni. Lo indica un’analisi di impatto su budget che ha valutato gli effetti economici di una possibile rimodulazione delle quote di mercato tra le varie forme di vitamina D oggi disponibili.
L’analisi è stata presentata a Roma nel corso dell’evento ‘Vitamina D: Strategie d’impatto sui budget regionali e potenziali risparmi’, ideato e organizzato da Cencora–Pharmalex con il contributo non condizionante di IBSA Italia.
Una carenza da non sottovalutare
La carenza di vitamina D resta ancora oggi una delle criticità più diffuse e al contempo più sottovalutate della salute pubblica mondiale. Essenziale per il benessere muscoloscheletrico, la vitamina D contribuisce anche alla regolazione della risposta immunitaria, lo sviluppo prenatale, la funzione cerebrale, cardiovascolare e la prevenzione di patologie cronico-oncologiche.
Normalmente l’organismo umano ricava la vitamina D per il 90% dall’esposizione ai raggi UVB solari, mentre la parte restante deriva da alimenti come pesci grassi, latte e derivati, uova e funghi.
“La carenza di vitamina D è tanto diffusa quanto clinicamente impattante: nella sua forma severa si manifesta con i segni di rachitismo nei bambini e dell’osteomalacia nell’adulto ed è associata a un incremento del rischio di osteoporosi, malattie cardiovascolari, infezioni, cancro, miopatie, malattie autoimmuni, diabete”, spiega Orazio Falla, dirigente medico specializzato in Endocrinologia presso l’Asl Roma 5.
L’apporto dei farmaci
Una carenza che viene compensata dall’integrazione farmacologica: si va dalle soluzioni orali tradizionali alle più recenti capsule softgel e film orodispersibili.
“L’analisi condotta dimostra come l’utilizzo di formulazioni solide per la supplementazione della vitamina D possa generare un impatto economico rilevante non soltanto per i servizi sanitari, ma anche per i pazienti, con azzeramento del co-payment, favorendo così una maggiore aderenza terapeutica e un beneficio diretto sui costi individuali”, dichiara Eugenio Di Brino, co-counder e partner di Altems Advisory.
Il modello della Regione Lazio
L’analisi parte dall’esperienza della Regione Lazio e dall’adozione di un modello di appropriatezza prescrittiva, concentrandosi in particolare sul caso della ASL Roma 2 e sul controllo della spesa per la supplementazione di vitamina D. Il modello invita i prescrittori, quando scelgono formulazioni diverse dal flaconcino multidose, a preferire quelle che, a parità di dosaggio, garantiscono il costo-terapia più basso, nell’ottica di contenere la spesa e tutelare la sostenibilità del Servizio sanitario regionale.
“I dati di monitoraggio della spesa convenzionata dimostrano che le politiche di appropriatezza prescrittiva producono risultati concreti: nel 2024 la spesa annua per il colecalciferolo si è attestata poco sotto i 3,5 milioni di euro, in riduzione rispetto ai quasi 3,7 milioni registrati nel 2023”, commenta Gerardo Miceli Sopo, direttore della Uoc Farmacia Ospedaliera OP dell’Asl Roma 2.
“La regione Lazio ha pubblicato un indicatore molto stringente, che va perseguito in modo da permettere di liberare risorse da reinvestire in continuità assistenziale ed innovazione”, aggiunge Miceli Sopo.
Il documento si propone così come una guida operativa per le Regioni, indicando come l’esperienza del Lazio possa essere replicata anche altrove. L’analisi suggerisce di intervenire su più fronti: favorire il passaggio alle formulazioni più appropriate, rendere trasparente per i pazienti l’impatto economico delle scelte terapeutiche e monitorare in modo sistematico le prescrizioni. Gli strumenti ci sono: ora la palla passa alle Regioni.

