Mondiali 2026 e clima, l’impatto del caldo su salute e performance

Mondiali 2026 e clima, l’impatto del caldo su salute e performance
Jan Paul van Hecke usa il ghiaccio per rinfrescarsi ai Mondiali 2026 (AP Photo/Tony Guttierez)

Caldo e umidità rischiano di giocare brutti scherzi ai Mondiali 2026, l’analisi di Miani (Sima)

Se la Spagna punta su gilet e calzature refrigeranti per massimizzare la prestazioni, il caldo è una variabile da considerare ai Mondiali 2026. “Il campo da gioco è un microambiente climatico. Al suo interno interagiscono temperatura dell’aria, umidità relativa, radiazione solare, ventilazione reale nello stadio, calore della superficie erbosa, ombreggiamento, densità delle tribune, presenza o assenza di copertura, eventuale climatizzazione e tempi di esposizione degli atleti. Dunque il rischio per il calciatore non dipende solo dal numero indicato dal termometro, ma dal carico ambientale complessivo che il corpo deve compensare durante lo sforzo”. Lo spiega a LaSalute di LaPresse il presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) Alessandro Miani, analizzando la variabile delle temperature ai Mondiali 2026.

I rischi per i calciatori ai Mondiali 2026

Ma quali sono le insidie per i calciatori? “I principali rischi sanitari per i giocatori esposti a caldo e umidità sono disidratazione, ipertermia, crampi o disturbi neuromuscolari, heat exhaustion, peggioramento della lucidità, aumento del rischio indiretto di infortunio e, nei casi estremi, colpo di calore da sforzo”, elenca Miani.

Cosa fare? “La misura più importante prima della competizione è l’acclimatazione al caldo. Le raccomandazioni di consenso sullo sport in ambiente caldo indicano che l’acclimatazione è uno degli interventi più efficaci per ridurre lo stress fisiologico e ottimizzare la prestazione. In termini pratici, le squadre dovrebbero programmare 7-14 giorni di esposizione progressiva alle condizioni climatiche previste, soprattutto se arrivano da campionati, ritiri o Paesi con clima più fresco”, suggerisce.

Non è solo una questione di gradi

Il punto non è solo il responso del termometro. L’esperto sottolinea come “una partita giocata a 30 °C non è automaticamente sicura o pericolosa. Può essere relativamente gestibile in aria secca, con buona ventilazione e irraggiamento ridotto; può diventare molto più critica se i 30 °C si associano ad alta umidità, sole diretto, aria ferma e superficie di gioco calda”.

La pausa idratazione, novità dei Mondiali 2026

Non a caso nel Mondiale 2026 “la Fifa ha introdotto una misura specifica: pause idratazione di tre minuti in ciascun tempo, in tutte le partite, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, dalla temperatura, dalla presenza di tetto o dalla climatizzazione. Questa scelta riconosce il tema della protezione dell’atleta. Ma le evidenze scientifiche indicano che la sola pausa standardizzata non può sostituire una valutazione dinamica del microambiente di campo”, avverte Miani.

E in effetti se in Canada si respira, stando alle previsioni in diversi stadi statunitensi e messicani si prevedono massime prossime o superiori ai 30 °C, con temporali e umidità
rilevanti in più aree, ricorda lo specialista. Miani cita uno studio pubblicato su ‘Scientific Reports’ dedicato specificamente al rischio di stress termico per calciatori professionisti nei 16 stadi del Mondiale 2026.

Gli stadi più ‘sfidanti’

“Il lavoro conclude che 10 sedi su 16 presentano un rischio molto elevato di condizioni di stress termico estremo. Il rischio più alto di stress termico non compensabile e perdita idrica eccessiva viene stimato nelle ore pomeridiane ad Arlington, Houston e Monterrey”. Il punto è che nel calcio il corpo dell’atleta produce calore in modo continuo e intermittente: sprint, accelerazioni, decelerazioni, cambi di direzione, contrasti, pressing, recuperi difensivi e ripartenze.

“Quando la temperatura esterna aumenta, il corpo deve dissipare più calore. Il flusso sanguigno cutaneo cresce, la frequenza cardiaca aumenta, la sudorazione diventa più intensa e una quota maggiore della risposta cardiovascolare viene impiegata per proteggere la temperatura corporea. Se l’umidità è alta, il sudore evapora meno: l’atleta può sudare molto, perdere liquidi e sali, ma raffreddarsi poco”, chiarisce Miani. “L’umidità è una delle variabili più rilevanti”.

L’acclimatazione

Uno stadio può essere caldo non solo perché la temperatura è elevata, ma perché l’aria si muove poco e il sudore evapora meno. “Infine non basta essere atleti d’élite. Un giocatore può essere fisicamente preparatissimo, ma non acclimatato a caldo umido. Allo stesso modo, la nazionalità non è una garanzia: molti giocatori di Paesi caldi disputano la stagione in Europa e possono non essere esposti da settimane a condizioni simili a Miami, Houston o Monterrey”, conclude l’esperto. Insomma, l’idea dei giubbini imbottiti di ghiaccio non è così peregrina.

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