Il 15% dei pazienti affetti da stenosi aortica che si sottopone a un intervento microinvasivo di sostituzione della valvola non sopravvive a un anno dall’operazione. A orientare la decisione di procedere o meno con l’intervento al cuore, finora, erano età e numero di patologie presenti.
Ma ora due studi italiani – pubblicati su Jacc Cardiovascular Interventions e sull’European Journal of Preventive Cardiology – ci dicono che piena autonomia, buona nutrizione e performance fisica sono criteri cruciali per determinare l’entità del rischio per il paziente.
Una valutazione clinica obsoleta
“Attualmente la valutazione clinica che precede l’intervento si basa su una scala di punteggio sviluppata decenni fa per la chirurgia cardiaca tradizionale su popolazioni più giovani e meno fragili, che calcola la probabilità di morte entro 30 giorni dall’intervento”, chiarisce Niccolò Marchionni, coautore degli studi e professore emerito di Medicina interna all’Università di Firenze.
Nel frattempo cresce il numero di evidenze scientifiche che suggeriscono come la fragilità e la compromissione funzionale globale svolgano un ruolo cruciale nel determinare gli esiti clinici: “Per questo diventa indispensabile integrarli nella valutazione del rischio”, aggiunge Marchionni.
I rischi per il cuore: un nuovo criterio
I ricercatori hanno quindi sottoposto 562 pazienti – con indicazione di transcatheter aortic valve replacement (Tavr) ed età media di 83 anni – a una valutazione geriatrica multidimensionale per quantificare fragilità, autonomia nelle attività quotidiane di base, stato nutrizionale, funzione cognitiva, presenza di più patologie e disabilità. L’obiettivo era ottenere un quadro completo e clinicamente rilevante per la valutazione dei rischio di peggioramento e mortalità a un anno.
“Questo strumento è in grado di identificare, con altissima precisione, il 15% di pazienti che, dopo l’intervento, non sopravvivono almeno un anno o diventano disabili nello stesso periodo”, spiega Marchionni. Sono quattro in particolare i fattori predittivi di esito sfavorevole: punteggio nutrizionale, numero di attività quotidiane preservate, funzionalità renale e pressione arteriosa polmonare sistolica, misurata con l’ecocardiogramma.
“Combinando questi quattro parametri – prosegue il ricercatore – abbiamo derivato un punteggio numerico calcolabile in pochi minuti, con dati già disponibili nella valutazione pre-intervento di routine”. E così diventa possibile riconoscere in anticipo i casi in cui “la procedura si rivelerebbe futile”. Evitare queste situazioni “riduce i rischi inutili per gli anziani, liberando risorse per chi può davvero trarne vantaggio”.
I rischi associati alla disabilità
Il secondo studio estende lo sguardo oltre la Tavr, includendo anziani con amiloidosi cardiaca e scompenso cardiaco cronico. “Grazie a una valutazione geriatrica approfondita di 956 pazienti, abbiamo individuato cinque diverse categorie di vulnerabilità, costruite combinando tre aspetti: la disabilità funzionale, il rischio di malnutrizione e la performance fisica”, osserva Carlo Fumagalli, dottore di ricerca in Fisiopatologia dell’invecchiamento presso l’Università Vanvitelli di Napoli e co-autore di entrambi gli studi.
Dai risultati è emerso che “i pazienti senza alcuna vulnerabilità hanno una sopravvivenza a due anni nel 92,3%, quelli più vulnerabili, al contrario, sopravvivono a due anni solo in circa il 60% dei casi”, sottolinea Fumagalli. Inoltre la disabilità funzionale si conferma il fattore più decisivo, con un rischio di morte quasi quadruplicato rispetto ai pazienti autonomi.
“Oggi le decisioni terapeutiche negli anziani con malattie cardiovascolari sono ancora troppo spesso guidate da criteri schematici, come l’età anagrafica o il numero di patologie presenti – conclude Fumagalli – I nostri risultati mostrano invece quanto sia più utile capire come è fatto quel singolo paziente, quanto è autonomo, quanto è nutrito, quanto è forte. Questo cambia profondamente il modo di scegliere le cure”.

