Stress e solitudine, lo ‘scudo sociale’ ci aiuta a stare meglio

Stress e solitudine, lo ‘scudo sociale’ ci aiuta a stare meglio
Photo/Krystof Kriz (CTK via AP Images)

Secondo la ricerca lo ‘scudo’ anti-stress esiste, ed è anche a portata di mano: si tratta del supporto sociale.

Avete mai l’impressione che per uscire dal tunnel dello stress ci vorrebbe un super potere? Ebbene, secondo la scienza in realtà lo ‘scudo’ anti-stress esiste, ed è anche a portata di mano. Si tratta del supporto sociale: avere qualcuno accanto nei momenti di tensione ci aiuta davvero. E, oltretutto, questo aspetto è associato a un migliore stato di salute fisica e mentale e a una maggiore longevità. 

A fare chiarezza è uno studio pubblicato su ‘Psychophysiology’ dai ricercatori dei dipartimenti di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione e di Psicologia Generale dell’Università di Padova, in collaborazione con la Wake Forest University (Usa). Il team ha indagato i meccanismi che ‘guidano’ il rapporto tra supporto sociale e stress. Nel mirino degli scienziati un riflesso primordiale, il trasalimento: scatta quando si affronta una situazione stressante. Ma vediamo meglio di che si tratta.

Tutto inizia dal trasalimento, ma che cos’è?

Lo avrete provato anche voi: il trasalimento è quella rapida contrazione muscolare che segue un rumore improvviso. Una risposta automatica che, in una condizione di minaccia, viene modulata dal cervello per “prepararci all’azione”. Se ci sentiamo in pericolo, il sistema si “accende” o si “spegne” a seconda delle strategie difensive più adatte. Ma la solutudine fa la differenza, spiegano i ricercatori di Padova.

Il colloquio di lavoro simulato

Questa volta la ricerca è stata condotta su 70 donne (per minimizzare gli effetti delle differenze di genere nella reattività affettiva). Le ‘cavie umane’ sono stata divise in tre gruppi e sottoposte al Trier Social Stress Test (TSST), un protocollo standardizzato che induce stress attraverso la simulazione di un colloquio di lavoro svolto davanti a una commissione di valutazione. 

Il primo gruppo svolgeva la prova da solo, il secondo con accanto il proprio partner e il terzo con un perfetto sconosciuto.

I tre gruppi

Durante il test, i ricercatori hanno misurato il grado di allerta delle partecipanti attraverso il riflesso di trasalimento (startle reflex), una risposta muscolare involontaria prodotta da un suono improvviso. Questo riflesso aumenta sempre di più quando il nostro organismo percepisce l’ambiente circostante come minaccioso.

In caso di stress, quando si è soli il cervello è più in allerta rispetto a quando lo stesso contesto critico viene affrontato insieme a qualcun altro: il riflesso di trasalimento – spiegano gli scienziati – aumentava nei solitari rispetto a chi era in compagnia.

Stress? Meglio gestirlo in compagnia

Ma attenzione: lo “scudo sociale” proteggeva solo a chi era accompagnato al test dal partner, ma si estendeva anche a chi lo faceva con uno sconosciuto. Insomma, la presenza di un altro insieme a noi – chiunque sia – agisce come un ‘regolatore fisiologico’ capace di ridurre l’allerta del sistema nervoso durante situazioni di stress acuto.

Come spiega Antonio Maffei dell’Università di Padova, primo autore dello studio, “i nostri dati supportano la Social Baseline Theory, che suggerisce che il cervello umano sia ottimizzato per lavorare meglio quando siamo insieme ad altre persone e non in isolamento, soprattutto quando si tratta di affrontare situazioni stressanti”. 

Il fatto è che “quando siamo soli, il sistema nervoso deve farsi carico interamente di monitorare l’ambiente per prevenire eventuali pericoli, un’attività che richiede una maggiore quantità di risorse sia cognitive che metaboliche. La semplice presenza fisica di un altro individuo – conclude Maffei – agisce come un segnale di sicurezza che permette al cervello” di regolare la risposta da stress in modo più efficiente. Insomma, non sempre è meglio soli che male accompagnati.

© Riproduzione Riservata