Una possibile terapia per la sindrome di Leigh arriva da un farmaco ben noto in medicina: il sildenafil. A indicarlo è uno studio internazionale pubblicato su Cell, che parla anche italiano e apre nuove prospettive per una delle più gravi malattie mitocondriali pediatriche, finora priva di cure efficaci.
La sindrome di Leigh
La sindrome di Leigh è una patologia genetica progressiva che colpisce il sistema nervoso centrale e compromette la produzione di energia nelle cellule. I sintomi compaiono spesso nei primi anni di vita: ritardo dello sviluppo psicomotorio, debolezza muscolare, difficoltà respiratorie e crisi metaboliche. Nei casi più gravi la malattia evolve rapidamente e può portare alla morte in età infantile.
La ricerca di un farmaco efficace
Per cercare possibili terapie, i ricercatori hanno utilizzato cellule staminali pluripotenti indotte, ottenute da cellule cutanee dei pazienti, trasformandole in cellule nervose malate da studiare in laboratorio. Su queste è stato effettuato uno screening ad alta capacità di oltre 5.600 farmaci già esistenti e potenzialmente riposizionabili.
Tra i candidati è emerso il sildenafil, inibitore della fosfodiesterasi di tipo 5 già approvato per uso clinico. Si tratta del farmaco noto col nome commerciale di Viagra, utilizzato per trattare la disfunzione erettile.
I primi risultati
Nei modelli cellulari il farmaco ha migliorato il metabolismo energetico e la funzione mitocondriale, correggendo difetti chiave della malattia. I risultati sono stati poi confermati in modelli animali, inclusi topo e maiale, dove il trattamento ha migliorato i sintomi e prolungato la sopravvivenza.
Sulla base di questi dati il sildenafil è stato somministrato anche a un piccolo gruppo di pazienti con uso individuale. Il trattamento si è dimostrato ben tollerato e ha mostrato segnali preliminari di beneficio, tra cui miglioramenti nelle funzioni motorie e una maggiore resistenza alle crisi metaboliche.
La ricerca è stata coordinata da Alessandro Prigione dell’Università di Düsseldorf, con il contributo di Dario Brunetti dell’Università degli Studi di Milano e dell’Istituto neurologico Carlo Besta, insieme a Emanuela Bottani dell’Università di Verona.
“Questo studio dimostra come un approccio integrato, che combina modelli cellulari umani, modelli animali avanzati e osservazioni cliniche, possa accelerare l’identificazione di terapie per malattie rare gravi”, commentano Bottani e Brunetti. “I risultati rappresentano un passo concreto verso la disponibilità di un trattamento per una patologia fino ad oggi senza opzioni terapeutiche”.
L’Agenzia europea per i medicinali ha già riconosciuto al sildenafil la designazione di farmaco orfano per questa patologia. Adesso sono in corso altri studi clinici, che dovranno verificarne sicurezza ed efficacia su un numero più ampio di pazienti.

