Schermi e bambini, le 2 età più vulnerabili e i rischi nel tempo

Schermi e bambini, le 2 età più vulnerabili e i rischi nel tempo
Bambini e schermi (Kike Calvo via AP Images)

Il maggior uso di schermi a 1 e 6 anni impatta su memoria e performace scolastiche successive. La ricerca sui nativi digitali

Può sembrare una missione impossibile, ma tenere lontani i bambini da tablet, telefonino e schermi vari è un investimento per il loro futuro. Dalla ‘tata digitale’ ai reel acchiappa click, gli schermi sono ormai parte integrante della vita dei nostri figli, ma gli interrogativi su come l’esposizione precoce possa influenzare lo sviluppo cerebrale nel tempo trovano risposte sempre più inquietanti.

Ora una nuova ricerca longitudinale, che ha seguito un gruppo di bimbi a partire da 1 anni di età, mostra che un maggiore utilizzo degli schermi, soprattutto durante la prima infanzia e l’inizio della scuola, è associato a un rendimento scolastico inferiore a 9 anni e a una memoria di lavoro più debole a 10 anni e mezzo. Insomma, non è solo una questione di quanto tempo, ma anche di quando iniziare con le maratone davanti ai device.

I consigli degli esperti e i limiti da non superare

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e l’American Academy of Pediatrics raccomandano di evitare l’uso di schermi prima dei 18-24 mesi e di limitarlo a meno di un’ora al giorno dai 2 ai 5 anni.

Anche i pediatri italiani sono categorici:  “I dispositivi vanno evitati tout court sotto i due anni, mentre il primo cellulare non andrebbe regalato prima dei tredici”, sostengono da tempo gli esperti della Società italiana di pediatria. Molti bambini, tuttavia, trascorrono interi pomeriggi a smanettare sui device di mamma e papà. Ora i ricercatori dell’Inserm e della National University of Singapore hanno firmato un nuovo studio ad hoc, pubblicato sul ‘World Journal of Pediatrics’, che punta a fare chiarezza.

La ricerca e le età più a rischio

Utilizzando i dati della coorte di nascita GUSTO (Growing Up in Singapore Towards healthy Outcomes), il team ha esaminato il tempo trascorso davanti agli schermi, riferito dai genitori, in sei diverse fasce d’età. Questi dati sono stati poi confrontati con il rendimento scolastico e la memoria di lavoro dei piccoli diversi anni dopo.

L’analisi ha incluso 502 bambini e i risultati sono allarmanti. Più tempo trascorso davanti agli schermi durante determinate fasi dello sviluppo è associato a risultati scolastici inferiori e a una memoria di lavoro più debole. In particolare, l’esposizione agli schermi durante la primissima infanzia e all’inizio della scuola primaria appare particolarmente impattante sullo sviluppo cognitivo.

La prima infanza da proteggere dagli schermi

I bambini che hanno accumulato una maggiore esposizione agli schermi da piccini, a distanza di anni tendevano anche ad avere un rendimento scolastico inferiore. Nel complesso, i risultati suggeriscono che il tempo totale trascorso davanti allo schermo rappresenta solo una parte del quadro generale. Anche l’età potrebbe essere importante: la prima infanzia sembra essere un periodo delicato per l’uso degli schermi, con  implicazioni a lungo termine sull’apprendimento e sulla memoria.

L’inizio della scuola

A pesare di più, infatti, è l’uso degli schermi a 1 anno di vita. “Questo suggerisce che la prima infanzia potrebbe essere una finestra di maggiore sensibilità: il cervello in via di sviluppo è particolarmente vulnerabile alla sostituzione delle interazioni di apprendimento con il tempo trascorso davanti allo schermo. Siamo stati anche sorpresi di constatare che, mentre l’uso degli schermi a 2 e 3 anni non ha mostrato correlazioni significative, le associazioni sono riemerse a 6 anni, quando i bambini iniziano la scuola. Quindi non si tratta solo dei primi anni di vita; l’uso degli schermi anche in età successive è comunque rilevante”, dicono i ricercatori.

Insomma, “meno è meglio” nel caso dei bambini e dell’uso di questi device. Un’ora in più al giorno davanti agli schermi potrebbe non produrre un effetto evidente in ogni singolo bimbo, ma cambiamenti relativamente piccoli su un’intera popolazione potrebbero comunque portare un numero significativo di bambini verso risultati scolastici peggiori.

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