Paolo Jannacci presenta ‘Scimmie ovunque’ tra cantautorato e pop: “Canto le mie paure e il desiderio di restare umani”

Paolo Jannacci presenta ‘Scimmie ovunque’ tra cantautorato e pop: “Canto le mie paure e il desiderio di restare umani”
Ph Galbiati

Il nuovo album del musicista milanese fuori venerdì 16 ottobre

Paolo Jannacci confeziona un album pensato a lungo e realizzato in sei anni, in cui si mette alle spalle le sonorità jazz che hanno caratterizzato la sua carriera per dar vita a un suono moderno, al servizio di una narrazione in cui racconta se stesso, le sue paure (impersonate dalle scimmie del titolo), la società di oggi e il suo mondo interiore, con il desiderio, come racconta il 54enne musicista milanese a LaPresse, di “restare umani”, in un mondo che va nella direzione opposta. Su tutto aleggia l’ombra di papà Enzo, monumento della canzone italiana, che Paolo paradossalmente omaggia distanziandosene musicalmente, ma regalandogli una dedica affettuosa e commovente nei testi. ‘Scimmie ovunque’ esce venerdì 16 ottobre, per Ala Bianca Records e distribuito da Warner/Fuga. Undici brani in bilico tra malinconia e ironia, una chiave che permette a Paolo di affrontare anche temi duri come le morti sul lavoro, nel pezzo a quattro mani con Stefano Massini ‘L’uomo nel lampo, già presentato a Sanremo nel 2024, e il femminicidio ne ‘La faccenda dell’ammazzo’, senza risultare retorico. Quest’ultimo brano in realtà è una riflessione sulla violenza tout court, che pervade la nostra società. Non manca il pop scanzonato con Elio nella presa in giro del politically correct di ‘Politically Topless’. “Mi aspetto che i brani si siano sedimentati, che siano giusti”, riflette il musicista meneghino, che allarga lo sguardo all’industria musicale odierna.

Paolo Jannacci presenta ‘Scimmie ovunque’ tra cantautorato e pop: “Canto le mie paure e il desiderio di restare umani”

Nel disco l’omaggio a papà Enzo: “Fare quello che faceva lui è impossibile”

“Il mercato non ci aiuta, c’è tanta ridondanza di brani che escono a ripetizione, 9 mila al giorno, alla fine crei un grande rumore non distinguibile. Avere un minimo di attenzione diventa problematico, sia per le etichette che per l’ascoltatore, che non ha più quel tempo intimo per recepire le canzoni. Io sono legato all’immagine del reale, con negozi di dischi come le Messaggerie Musicali a Milano. Sfogliare le copertine, c’era quel lato tattile che creava un immaginario, oggi l’attenzione è polverizzata. Alla fine è rumore che sterilizza l’ascolto oggi”. Sul lavoro fatto sul suono spiega: “Il jazz entra nella sensibilità di scrivere o appoggiare determinati suoni più pop, ma in senso stretto non c’è nel disco”. Un ragionamento che porta a parlare di papà Enzo: “Fare quello che faceva lui è impossibile, aveva un altro tipo di libertà, fantastica, e un’altra genialità che io non ho. E’ bello poterlo cantare e raccontare sempre, mi sentirei male a non fare i suoi brani. Io ho cominciato a produrlo nel ’94 e il mio lavoro l’ha messo su un piano meno disordinato”. “Mentre raccontava una cosa ne stava facendo un’altra e veniva fuori quel modo di parlare con le parole che non si capivano. Non si sdoppiava, si triplicava. Ho carcato di dargli più ordine, soprattutto con il jazz, con il suono più live e alla fine molti si sono accorti che papà aveva da dire cose come le avevano dette Dalla o De Gregori, che erano stati attenti, anche con i produttori, a crearsi certi suoni. Lui aveva quel lato attoriale che può aver distolto l’attenzione. Era molte cose, medico anche, non dimentichiamolo. Aveva proprio la vocazione per la medicina. Molti figli d’arte si sono messi sullo stesso piano ma pur essendo molti bravi con quel riferimento rischi di fare il clone – prosegue Jannacci -. Devi farlo con umiltà pensando che comunque non otterrai mai quel risultato”. “Certe figure, come mio padre, hanno creato un immaginario collettivo che tu non potrai mai raggiungere – ammette Paolo Jannacci -. Anch’io volevo fare il chirurgo e lui mi ha convinto a fare il musicista e lo ringrazierò sempre. C’erano anche contrasti. A volte mi dava fastidio il suo atteggiamento molto estroso, io ho cercavo di smussare qualche angolo e secondo me questo lo ha reso più solido, più comprensibile a un pubblico nazionalpopolare. Io gli dicevo ‘tu fai il genio, l’artista, io faccio il musicista’. Poi quando è morto mi è mancato tanto. Ho provato a utilizzare la voce ma mi sembrava facesse schifo e il mio batterista invece mi ha detto ‘Ma cosa dici? Sembra di sentire Enzo giovane’ e sono andato avanti”. Il padre viene omaggiato con la sentita dedica della ballad ‘Enzo l’incrocio e tutto il resto’: “Cerco te ma non ci sei, il groppo è un attimo, quell’incrocio mi guarda triste”, e nella cover di ‘Due gelati’.

Paolo Jannacci tra ironia e malinconia: “La retorica è nemica del racconto”

Da molti brani emerge una voglia di umanità, con malinconia e ironia allo stesso tempo, senza retorica, che sembra il tema di tutto il disco. “E’ cosi – conferma Paolo – la retorica è il nemico del racconto e del giullare che racconta la storia. C’è una mia ricerca rinascimentale di mettere l’uomo al centro, come l’elemento più alto del creato che dovrebbe costantemente migliorare ed evolversi. Quando vedo che siamo tutti schiavi del nostro egoismo allora mi viene male. Ne ‘La faccenda dell’ammazzo c’è il femminicidio ma è anche un caleidoscopio di malvagità che mi stanno perseguitando ogni giorno quando vedo un tg”. Nell’album c’è anche un omaggio dolceamaro alla sua Milano, nella bluesata ‘Respirare ancora’, in cui canta una città che non c’è più: “La nebbia che sale come marea, San Siro e il Milan dalla ringhiera”. “Questa città ce l’ho nel cuore – afferma Jannacci – ma Milano sta diventando molto stancante”. Presto Jannacci porterà l’album sul palco, nei teatri, inserendolo all’interno del suo spettacolo ‘Jannacci arrenditi – La città ascolta’: “E’ un contenitore di storie sul nostro modo di vivere nelle città, con la mia band, che è stata anche quella di papà. Inserirò l’elemento di novità, che sono le scimmie”.

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