In attesa che si faccia chiarezza sul patogeno all’origine delle infezioni nell’asilo nido di Tropea – che hanno portato alla morte un bimbo di un anno e mezzo – torna sotto i riflettori il tema della sicurezza negli ambienti frequentati dai bambini più piccoli. “In attesa che gli accertamenti chiariscano con precisione quanto accaduto, bisogna evitare conclusioni premature. La positività a un microrganismo non dimostra automaticamente che quel germe sia stato la causa della malattia, che sia stato acquisito all’interno dell’asilo o che sia responsabile di tutti i casi osservati”, dice a LaSalute di LaPresse il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva all’Università degli Studi di Milano.
“Questo principio è particolarmente importante per il Clostridioides difficile, precedentemente chiamato Clostridium difficile. Nei neonati e nei bambini molto piccoli – avverte Pregliasco – il batterio può essere presente nell’intestino senza provocare malattia. Una positività deve quindi essere interpretata insieme ai sintomi, all’età del bambino, alla presenza delle tossine, agli eventuali trattamenti antibiotici recenti e all’esclusione delle altre possibili cause di gastroenterite. Le linee guida internazionali sconsigliano il test routinario nei bambini fino a dodici mesi e raccomandano molta prudenza tra uno e due anni”. Ecco allora il vademecum in 10 punti per una maggiore cultura della prevenzione.
Perché i nidi sono ambienti particolarmente delicati
“Nei nidi e nelle scuole dell’infanzia la diffusione dei microrganismi gastrointestinali può essere favorita dal cambio dei pannolini, dalla condivisione di giochi e superfici, dal contatto ravvicinato e dalla naturale abitudine dei bambini a portare le mani e gli oggetti alla bocca. Il rischio zero non esiste. È però possibile ridurlo sensibilmente attraverso regole organizzative chiare, formazione del personale, pulizia corretta e collaborazione tempestiva tra famiglie, pediatri, strutture educative e autorità sanitarie”, assicura Pregliasco.
Le 10 regole per ridurre il rischio infezioni al nido o in piscina
1. Il bambino che presenta diarrea, vomito ripetuto, febbre associata a sintomi gastrointestinali o evidente malessere non deve essere accompagnato al nido, a scuola o in piscina. Il rientro deve avvenire quando il bambino è nuovamente in buone condizioni e dopo la completa risoluzione dei sintomi. Generalmente si attendono almeno 48 ore dall’ultimo episodio di diarrea o vomito, salvo differenti indicazioni del pediatra o dell’autorità sanitaria competente.
2. Il lavaggio delle mani è la misura più semplice e più efficace per interrompere la trasmissione oro-fecale. Le mani devono essere lavate: dopo ogni cambio di pannolino; dopo l’uso del bagno o l’assistenza a un bambino; dopo il contatto con feci, vomito o biancheria sporca; prima di preparare, distribuire o consumare alimenti; dopo avere rimosso i guanti. In presenza di un sospetto o di un caso di C. difficile, il gel idroalcolico non può sostituire il lavaggio con acqua e sapone, perché l’alcol non è efficace sulle spore del batterio.
3. Il personale deve utilizzare guanti monouso durante il cambio dei pannolini e la gestione di materiale biologico. I guanti devono essere cambiati tra un bambino e l’altro e smaltiti immediatamente. Non bisogna toccare telefoni, maniglie, giocattoli o superfici pulite con i guanti utilizzati durante il cambio. Dopo averli rimossi è sempre necessario lavare accuratamente le mani.
4. Il cambio dei pannolini deve avvenire in un’area dedicata. Il fasciatoio deve essere: separato dalle zone dove si preparano o consumano gli alimenti; rivestito con materiale integro e impermeabile; pulito e disinfettato dopo ogni utilizzo; dotato di contenitore per i rifiuti con apertura non manuale; vicino a un lavandino con acqua, sapone liquido e asciugamani monouso.
5. La disinfezione non è efficace se la superficie è ancora sporca di materiale organico. Quando è accertata o fortemente sospettata un’infezione da C. difficile, devono essere impiegati prodotti con efficacia sporicida espressamente dichiarata e autorizzata, secondo le indicazioni dell’Ats o del responsabile sanitario.
6. Devono essere inseriti nel programma di pulizia: fasciatoi; vasini e riduttori; servizi igienici; rubinetti e pulsanti di scarico; maniglie; tavoli e seggioloni; corrimano; giochi condivisi; tappeti lavabili; telefoni e dispositivi utilizzati dal personale.
7. Ciucci, bicchieri, biberon, posate, asciugamani, spazzolini e altri oggetti personali devono essere chiaramente identificati e non scambiati tra i bambini.
I giochi portati frequentemente alla bocca devono essere lavabili, sanificati con regolarità e temporaneamente rimossi quando non possono essere puliti correttamente.
8. Gli antibiotici sono farmaci essenziali, ma un uso non necessario può alterare il microbiota intestinale e favorire la proliferazione di C. difficile.
9. La comparsa di più bambini o operatori con diarrea e vomito in un periodo ravvicinato deve far sospettare un possibile episodio epidemico. La struttura deve registrare l’insorgenza dei sintomi e le assenze; informare il proprio referente sanitario; contattare tempestivamente il servizio di igiene dell’Ats o dell’Asp competente; conservare le informazioni su presenze, pasti e attività; collaborare all’indagine epidemiologica; evitare diagnosi e comunicazioni non validate.
10. Le famiglie devono ricevere informazioni tempestive, comprensibili e rispettose della riservatezza.
Piscine e infezioni, gli accorgimenti
“Molti agenti responsabili di gastroenterite possono diffondersi attraverso l’acqua contaminata. Il C. difficile non è il principale microrganismo associato alle epidemie in piscina. Il rischio più frequente riguarda agenti quali Cryptosporidium, Giardia, norovirus, Shigella ed Escherichia coli”, ricorda Preglisco.
Diarrea e piscina non sono compatibili
Un bambino con diarrea non deve entrare in piscina, nelle vasche per bambini, negli acquapark o negli “splash pad”. “Il pannolino contenitivo non impedisce la fuoriuscita dei microrganismi e non rende sicura la permanenza in acqua. Il cloro uccide molti germi, ma non agisce istantaneamente su tutti. Cryptosporidium, per esempio, può sopravvivere per più giorni anche in acqua correttamente clorata”, ricorda il virologo.
Prima di entrare in acqua
È necessario:
• fare la doccia;
• accompagnare i bambini in bagno;
• controllare il pannolino;
• cambiare il pannolino negli spazi dedicati e mai a bordo vasca;
• evitare che il bambino ingerisca l’acqua.
Durante la permanenza in piscina sono consigliabili pause regolari per il bagno e il controllo frequente dei pannolini.
In caso di contaminazione fecale il gestore deve:
• far uscire immediatamente le persone dalla vasca;
• impedire nuovi ingressi;
• rimuovere il materiale in sicurezza;
• applicare il protocollo previsto per la contaminazione fecale;
• controllare cloro, pH e corretta circolazione dell’acqua;
• riaprire la vasca soltanto al completamento della procedura.
Un incidente con feci diarroiche deve essere considerato a rischio maggiore rispetto alla presenza di feci formate. “Non possiamo impedire a ogni bambino di incontrare virus e batteri, soprattutto negli ambienti comunitari. Possiamo però ridurre la probabilità che un singolo caso diventi un focolaio e riconoscere più rapidamente i segnali di una malattia potenzialmente importante”, conclude Pregliasco.

