Allergie respiratorie, la minaccia invisibile sul posto di lavoro 

Allergie respiratorie, la minaccia invisibile sul posto di lavoro 
Friso Gentsch/picture-alliance/dpa/AP Images

Spesso sottovalutate, le allergie respiratorie possono ridurre l’efficienza lavorativa e accrescere i rischi di infortunio.

Le allergie respiratorie rappresentano un rischio invisibile e spesso sottovalutato nei contesti professionali, ma con implicazioni importanti per la produttività, la sicurezza e la performance operativa. Un tema caldo in questo periodo di fioriture.

Le allergie respiratorie e i rischi sul lavoro

“Il tema delle allergie respiratorie è stato finora affrontato quasi solo in chiave clinica, mentre oggi emerge la necessità di considerarlo anche come fattore di rischio correlato al lavoro”, dichiara Antonio Patanè, presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti, durante il convegno ‘Allergie respiratorie e attenzione: strategie per ridurre i rischi invisibili’. 

Organizzato da Consumers’ Forum col patrocinio dell’Inps, Associazione italiana ambiente e sicurezza (Aias), Federfarma e Fenagifar, l’evento ha riunito istituzioni, clinici, imprese e associazioni di pazienti e consumatori. 

Secondo Patanè il connubio tra allergie respiratorie e carenza di attenzione può avere implicazioni concrete sulla sicurezza, “soprattutto nelle mansioni che richiedono elevati livelli di vigilanza e prontezza di reazione”. Una riduzione della vigilanza che può essere determinata “sia dall’impatto dei sintomi della patologia non adeguatamente trattata, in particolare i disturbi del sonno, sia dagli effetti collaterali sedativi di alcuni terapie”, precisa l’esperto. 

Allergie respiratorie, la minaccia invisibile sul posto di lavoro 

L’impatto economico

A livello europeo l’impatto economico complessivo della sola rinite allergica è stimato tra i 30 e i 50 miliardi di euro annui, anche per colpa di assenteismo, presenteismo e ridotta produttività. I sintomi – congestione nasale, affaticamento e prurito – possono ridurre l’efficienza lavorativa fino al 40%

Il rischio si fa più concreto nei contesti professionali maggiormente esposti, come nel caso dei settori caratterizzati da un’elevata esposizione ad agenti allergizzanti: agricoltura, florovivaismo, edilizia, lavorazione del legno e industria alimentare, dove le allergie possono colpire fino al 30-40% dei lavoratori, aumentando l’incidenza di patologie respiratorie professionali. 

Rischi di infortunio

L’altra faccia della medaglia è rappresenta da tutti quei lavori in cui un calo dell’attenzione può tradursi in un rischio diretto di infortunio: conducenti di mezzi pesanti, operatori di gru e macchinari complessi, lavoratori in quota o addetti alla conduzione di impianti industriali. “Nei contesti lavorativi più esposti il tema della vigilanza assume un valore centrale in termini di sicurezza”, sottolinea Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva. 

Per questo è importante che, nell’ambito della sorveglianza sanitaria, “il medico competente consideri anche le allergie respiratorie nella valutazione complessiva dello stato di salute del lavoratore, orientandolo verso percorsi di gestione della patologia che non ne compromettano la vigilanza e la capacità di reazione”, osserva Mandorino. 

In particolare gli antistaminici di prima generazione possono determinare sedazione, rallentamento dei tempi di reazione e riduzione della performance cognitiva, con un impatto comparabile, in termini di rischio, ad altre condizioni che alterano la vigilanza. Al contrario quelli di seconda generazione presentano un miglior profilo di sicurezza, preservando la capacità di attenzione e reattività anche in condizioni operative complesse. Un tema, quello del rapporto tra le allergie respiratorie e contesto lavorativo, che risulta ancora poco riconosciuto dalle aziende. 

“Promuovere una maggiore consapevolezza su questi aspetti – dice in conclusione Francesco Santi, presiedere dell’Associazione italiana ambiente e sicurezza – significa rafforzare i sistemi di prevenzione, integrando la gestione della salute nei modelli organizzativi e considerando la riduzione della vigilanza come un fattore di rischio trasversale a molti contesti lavorativi”. 

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