Caffè tra stomaco e cervello, cosa dice la ricerca sulla demenza

Caffè tra stomaco e cervello, cosa dice la ricerca sulla demenza
Photo by: Frank Rumpenhorst/picture-alliance/dpa/AP Images

La nuova ricerca sul caffè e la demenza e le abitudini mattutine passate al setaccio dagli esperti.

Il caffè è protagonista di una nuova ricerca che ha fatto notizia: pubblicata sul ‘Journal of the American Medical Association’, suggerisce che un consumo moderato di caffeina può ridurre il rischio di demenza e rallentare il declino cognitivo. Ma è davvero così?

Iniziamo col dire che – quando parliamo di caffè e salute – non è solo una questione di quanto, ma di quando. “La sequenza cambia tutto: a digiuno stimola la secrezione acida gastrica: il caffè nello stomaco sensibile può essere gastrolesivo. Dopo la colazione invece ci risveglia e migliora la digeribilità del pasto”, spiega sui social Sara Farnetti, specialista in Medicina interna ed esperta in nutrizione funzionale, autrice di numerosi volumi dedicati agli alimenti. 

A passare al setaccio la ricerca sulla demenza sono invece i medici anti-bufale di Dottoremaeveroche.it, il portale contro le fake news della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici. “La caffeina potrebbe giocare un ruolo attivo nella protezione della salute cerebrale, ma occorrerà continuare a studiare i suoi effetti con studi clinici sperimentali”, avvertono i dottori. Ma andiamo con calma.

Che cosa è emerso dallo studio sulla demenza

La ricerca conclude che un maggiore consumo di caffè o tè è stato associato a un minor rischio di demenza e a una funzione cognitiva leggermente migliore, con l’associazione più pronunciata a livelli di assunzione moderati. Ovvero 2-3 tazze di caffè oppure 1-2 tazze di tè al giorno.

La ricerca ha coinvolto oltre 130.000 partecipanti di due coorti statunitensi formati da donne e uomini, che ovviamente non soffrivano di demenza né di altre patologie gravi. I partecipanti sono stati seguiti per un lungo periodo (fino a 43 anni) e ogni 2-4 anni, tramite un questionario, hanno riferito al team di ricerca dati sulla propria salute cognitiva e sull’abitudine di bere caffè (non decaffeinato) e tè.

Qualche puntualizzazione

Ebbene, il disegno dello studio è osservazionale: “I ricercatori non hanno assegnato ai partecipanti una dose di caffè da bere quotidianamente, ma si sono limitati a raccogliere informazioni sulle loro abitudini nel tempo, attraverso questionari. Questo tipo di studio si distingue dagli studi cosiddetti randomizzati, nei quali i partecipanti vengono invece assegnati casualmente da una parte al gruppo destinatario dell’intervento (in questo caso, la tazzina di caffè o – considerato lo studio – una tazza di caffè americano o tè) e dall’altra al cosiddetto gruppo di controllo (in questo caso il non bere caffè o tè)”, spiegano i dottori anti-bufale.

La randomizzazione “fa sì che tutte le caratteristiche che potrebbero influenzare il risultato – come l’età, la condizione economica e sociale, lo stile di vita, le condizioni di salute, ma anche fattori che il ricercatore non conosce o non ha misurato – siano distribuite in modo equo nei due gruppi garantendo risultati più affidabili”.

I dubbi: il caffè è stato promosso davvero

Attenzione: nel lavoro non si afferma che bere quelle dosi di caffè e tè sicuramente protegge dalla demenza. Si è semplicemente osservato che i due fenomeni sono talvolta associati.

“Il cardiologo elettrofisiologo John Mandrola, sulle pagine del blog Sensible Medicine, ha spiegato ancora una volta il rischio che i risultati di ‘studi osservazionali non randomizzati su prodotti come caffè, quinoa, cioccolato, saune e mirtilli’ confondano le idee ai cittadini”, scrivono i dottori anti-bufale. 

Nel caso dello studio in questione, le persone che bevono caffè ogni giorno, ad esempio, potrebbero anche fare più attività fisica, seguire un’alimentazione più varia, fumare meno o avere un livello di istruzione più elevato. Abitudini e condizioni che possono proteggere dal rischio di soffrire di demenza.

“Sebbene i ricercatori che hanno condotto lo studio affermino di aver corretto i fattori di confondimento noti, non possono essere intervenuti su ciò che lo studio stesso non ha misurato: le informazioni individuali non raccolte tramite il questionario restano quindi invisibili all’analisi. Per questo motivo, il metodo più affidabile per stabilire un rapporto di causa-effetto è sempre quello di condurre uno studio randomizzato”, concludono i dottori anti-fakenews.  Ecco perché i risultati  di questo lavoro “non possono essere letti come un invito a consumare più frequentemente caffè o tè”.

Insomma, spiace sottolinearlo nel Paese degli amanti del caffè espresso, ma sul fronte dei benefici per il cervello occorre indagare ancora.

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