Il design di TikTok è progettato per creare dipendenza e può produrre effetti negativi sullo sviluppo mentale dei bambini. La Commissione europea non dubbi: la piattaforma cinese ha violato il Digital services act. Ma che cosa ne pensa la sociologa specializzata in media digitali? LaPresse ha voluto capire meglio. Ma vediamo prima cosa è successo.
I rilievi della Commissione europea
Dallo scorrimento infinito dei reel alla riproduzione automatica, fino alle notifiche push e all’algoritmo altamente personalizzato: per l’esecutivo Ue, il social network di ByteDance non ha valutato in modo adeguato come queste funzionalità possano danneggiare il benessere fisico e mentale degli utenti, in particolare di minori e adulti vulnerabili.
Secondo la ricerca scientifica, queste funzionalità possono portare a “comportamenti compulsivi”, riducendo l’autocontrollo degli utenti. La Commissione ha quindi invitato la piattaforma a modificare la progettazione di base del suo servizio. Se le conclusioni preliminari della Commissione saranno confermate, quest’ultima potrà emettere una decisione di non conformità, con una sanzione pecuniaria fino a un massimo del 6% del fatturato annuo mondiale del fornitore.
La reazione di TikTok
Immediata è arrivata la risposta di TikTok: “Le indagini preliminari della Commissione europea descrivono la nostra piattaforma in modo completamente falso e privo di fondamento e adotteremo tutto il necessario per contrastare tali accuse con ogni mezzo a nostra disposizione”, ha dichiarato un portavoce dell’azienda cinese.
“Il prodotto siamo noi”
“TikTok e tutte gli altri social media sono progettati per tenerci incollati allo schermo il più possibile, perché il vero prodotto siamo noi: la monetizzazione dei nostri dati, della nostra attenzione, del nostro tempo”, dice a LaSalute Giovanna Mascheroni, ordinaria di Sociologia dei media digitali all’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordinatrice per l’Italia delle rete Eu Kids Online.
Il divieto dei social per i minorenni
Per arginare i potenziali effetti negativi delle piattaforme sulla salute mentale di bambini e adolescenti, un numero crescente di Paesi sta introducendo il divieto di accesso ai social per i minorenni. “Una misura che non mi convince. Nel momento in cui si limita l’accesso a una categoria di utenti, si sta dando alle piattaforme il via libera con tutti gli altri. E invece la dipendenza colpisce anche gli adulti”, fa notare Mascheroni.
La battaglia normativa
Per la sociologa, la battaglia si gioca piuttosto sul campo della regolamentazione. “L’Unione europea è l’unico soggetto politico che ha delineato degli strumenti normativi. Basti pensare al Gdpr che prevede delle limitazioni nell’utilizzo dei dati, ad esempio per la profilazione politica, un provvedimento approvato dopo lo scandalo di Cambridge Analytica e delle presidenziali del 2016”, ricorda Mascheroni.
Limitazioni che “il Digital services act ha esteso ulteriormente, impedendo la raccolta di dati per alcune categorie di utenti come i minorenni. Ma dalla definizione degli strumenti normativi alla loro implementazione c’è un abisso”, aggiunge.
“La mia paura – conclude Mascheroni – è che se passano i divieti ai minori, poi si smetta di regolamentare tutto il resto. I diritti degli utenti vanno garantiti a tutti e incorporati di default nel design della piattaforma. La dipendenza dai social è un problema collettivo”.

