Il volume 'Libere. Il nostro no ai matrimoni forzati' è edito da PaperFirst, l'autrice Castigliani: "Le loro voci non le sente nessuno, ne parliamo quando sono morte"

“Sentiamo le storie delle ragazze morte e di chi commenta quelle morti. Ma le loro voci non le sente nessuno”. A parlare è Martina Castigliani, giornalista de ilFattoQuotidiano.it e autrice del libro ‘Libere. Il nostro no ai matrimoni forzati’, appena uscito per PaperFirst, pochi giorni prima della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne. ‘Loro’ sono le Saman Abbas ‘salvate’ d’Italia. Donne, ragazze, fuggite dalle proprie famiglie per la libertà. Per dire no a chi voleva imporre loro un’unione non voluta, no a chi vuole decidere per loro, sul loro corpo, sulla loro vita. No alla violenza, fisica e psicologica. Prima che sia troppo tardi. “L’unica cosa da fare è dare spazio a quelle voci” spiega Castigliani, che le ha incontrate e ascoltate per quattro anni. Spesi a parlare, raccontare e raccontarsi. Tra i silenzi e le difficoltà. I proventi dei diritti d’autore non a caso andranno a Trama di Terre, la prima associazione in Italia a occuparsi del tema dei matrimoni forzati. 

Nel libro Castigliani racconta la storia di Fatima, Yasmine, Zoya, Khadija e X, tutte scappate dalla propria famiglia, tutte vivono – o vivevano – sotto una nuova identità, protette, ma libere. Arrivano da Pakistan, Bangladesh, India e Afghanistan. Il libro ‘Libere’ è una delle primissime pubblicazioni in Italia che racconta le loro storie ‘prima’. Prima che sia tardi, prima che si trasformino in un’altra Saman Abbas e che finiscano sulle prime pagine di tutto il mondo. “Vedere la fine di Saman mi ha fatta stare male – dice Fatima (nome di fantasia) nel libro – ho pensato che avrei potuto essere al suo posto […] Lo faccio per le altre. Perché devono sapere che c’è un’alternativa”, spiega laconica. “Non puoi sopportare la vita che ti è capitata solo perché, se ti beccano, ti ammazzano” dice Yasmine nel suo racconto. I nomi sono inventati: uno di questi è X, perché l’ultima ragazza a raccontarsi ha scelto di tornare a casa e ha scritto la sua testimonianza mentre si trova nuovamente con la sua famiglia. Una situazione di pericolo altissimo, tanto da dover prendere precauzioni per renderla totalmente anonima e irriconoscibile, ancor più delle altre. 

Una delle illustrazioni nel libro, realizzata da Elisabetta Ferraris: Zoya
Una delle illustrazioni nel libro, realizzata da Elisabetta Ferraris: Zoya

“E’ stato un percorso molto lungo – spiega l’autrice, Castigliani – un percorso di ripensamenti e grandi preoccupazioni. Io ho cercato il più possibile di ‘sparire’ quando è stato il momento di raccontare le loro storie, ma ci sono alcuni momenti in cui mi sono volutamente ‘lasciata’ perché volevo far capire a chi legge la grande difficoltà di fronte a quei percorsi di libertà”. Un esempio è quando una delle ragazze, Fatima, le chiede consigli su un messaggio da scrivere a un ragazzo che le piace, o chiede a lei come sta, cosa fa, se si è fidanzata. Quando la inchioda davanti alla disarmante realtà che vive chi ha dovuto rinunciare a tutto per liberarsi, in primis al proprio nome.

Queste donne raccontano una vita, una realtà, che sembra lontanissima. Ma in fondo non lo è. Raccontano violenze e soprusi che avvengono sotto gli occhi di tutti. “C’è un muro e nessuno di voi vuole superarlo. Per questo poi è ridicolo, quando muore una di noi, vedervi tutti così indignati. Dov’eravate prima? Dove siete ogni giorno? Mi fa schifo tutta questa ipocrisia” dice X, la ragazza che è tornata a casa. Parole che pesano come un macigno, rivolte a tutte e tutti noi. Parole che mostrano la violenza subita. Ci sono soluzioni? Certamente, ma non semplici. “Ci sono tantissime risposte e tutte molto complesse – spiega Martina Castigliani – Il problema però alla base è l’invisibilità che vivono queste ragazze e quindi tutte le azioni che possiamo fare per renderle visibili sono molto importanti. Ad esempio, ascoltare queste cinque storie e prendere in considerazione il loro punto di vista secondo me è già un passo enorme. Poi io penso che sia necessario lavorare sulla prevenzione al più presto: abbiamo una legge contro i matrimoni forzati, ma non abbiamo campagne nazionali per prevenirli o per dire che chi vuole può avere un’alternativa. Manca un osservatorio che raccolga i dati: sappiamo chi denuncia e basta e sono numeri sottostimati. Non basta dire che è reato, quello è stato solo il primo passo”. L’ultima parte del libro è dedicata proprio a questo: la parola passa a Wajaht Abbas Kazmi, regista e attivista pakistano, Marwa Mahmoud, attivista e consigliera regionale emiliana e Tashina Us Jahan, attivista e insegnante bengalese, che provano a dare una prospettiva sul futuro.

Una vita lontanissima dalle nostre, dicevamo: ma così non è. Relegare queste forme di violenza, come i matrimoni forzati e gli abusi conseguenti, a un mondo per noi ‘altro’, porta spesso a non considerare le possibili soluzioni comuni per contrastere la violenza di genere in ogni sua forma. “Le storie raccontate dalle ragazze fanno capire molto bene come la violenza non si esaurisca con l’imposizione del matrimonio. C’è una volontà di annullamento delle donne in quanto tali tramite l’esercizio di forti violenze psicologiche. Tutte noi, a prescindere dalla cultura di appartenenza e anche se non rischiamo le nozze forzate, possiamo trovarci a subire le violenze del marito, del compagno o del padre. E’ urgente per tutte e tutti imparare a riconoscere la violenza di genere e lavorare per prevenirla e fermarla” conclude Castigliani. 

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