L’Ilva di Taranto si ferma: già da domani saranno sospese le attività nell’area a caldo, poi toccherà ai siti del Nord. Il tavolo convocato a Palazzo Chigi con i sindacati si apre mentre dai territori arrivano gli annunci sullo stop alle produzioni. Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria ha infatti comunicato che entro il prossimo 15 novembre verrà avviata la fermata temporanea generale degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, anticipata dalla messa in stand-by degli impianti pugliesi. A Taranto lo spegnimento partirà subito. La decisione è connessa all’ordine di spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, su cui si attende la pronuncia della Corte di Cassazione nell’udienza del 20 ottobre.
Il rischio è un effetto a cascata in grado travolgere l’intera siderurgia nazionale, e – prefigurano i sindacati – la cassa integrazione per 10mila persone. Il governo sta mettendo a punto le “tutele sociali” per i lavoratori in un decreto legge già annunciato e che potrebbe vedere la luce martedì nel prossimo Consiglio dei ministri. Ulteriori tutele, ha assicurato il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, sono allo studio e potrebbero arrivare in fase di conversione. Così come è in corso un approfondimento sulla possibilità di adempiere alle prescrizioni della magistratura senza uno spegnimento completo dell’area a caldo (che secondo i tecnici sarebbe irreversibile), “fino a quando non c’è chiarezza sulla decisione della Corte di Cassazione”.
I sindaci di Genova e Novi Ligure, Silvia Salis e Rocchino Muliere, definiscono la fermata “del tutto inaccettabile”, sottolineando che “le conseguenze nefaste dei continui ritardi che stanno caratterizzando il percorso di vendita non possono ricadere ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui territori”. Sulla stessa linea il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, che evidenzia i rischi per la “tenuta sociale” e lamenta la mancanza di “indicazioni concrete sugli investimenti capaci di riassorbire gli esuberi” e rilanciare asset strategici per la città.
L’apprensione dei sindacati e le risposte del sottosegretario Mantovano
Arrivando a Palazzo Chigi, i leader metalmeccanici hanno espresso preoccupazione e contrarietà anche per il mancato coinvolgimento preventivo sulle comunicazioni inviate agli enti locali. Per Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim Cisl, la situazione è “drammatica” e il rischio immediato è “la cassa integrazione per oltre 10mila dipendenti e la Cig in deroga per l’indotto per scongiurare i licenziamenti”. Per il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, la sospensione totale delle attività equivale di fatto “alla chiusura dell’ex Ilva, un esito del tutto inaccettabile”.
Aprendo il confronto con le sigle dei metalmeccanici, Mantovano ha illustrato la strategia dell’esecutivo: “Cassa integrazione non per chiusura attività, ma in una prospettiva di continuità”, ha specificato, ulteriori tutele da integrare in sede di conversione del decreto. Ha ribadito la volontà politica di “puntare alla produzione di acciaio green con impianto Dri e forni elettrici nell’ambito di un piano industriale credibile”, incentivi e semplificazioni per progetti di investimento volti a riassorbire la forza lavoro previa riqualificazione. E, ha spiegato, “stiamo verificando se ci sono i margini per non arrivare allo spegnimento completo affinché non si determini un pregiudizio completo agli impianti. Non si tratta di una norma di disapplicazione del decreto della Corte d’Appello – ha chiarito – ma una norma che consenta, qualora ci siano i margini dal punto di vista giuridico ed economico, di mantenere in riscaldo gli impianti fino a quando non c’è chiarezza sulla decisione della Corte di Cassazione”.
I sindacati: “Lunedì sciopero di 24 ore in tutti i siti”
Da lunedì 24 ore di sciopero in tutti i siti ex Ilva. Lo hanno annunciato Fim, Fiom e Uilm al termine del tavolo a Palazzo Chigi. “L’incontro di oggi non ha sortito le soluzioni che noi abbiamo posto sul tavolo. L’unica certezza è che a metà di novembre rischiano di andare in cassa integrazione tutte le lavoratrici e lavoratori e per questa ragione abbiamo deciso unitariamente di dichiarare 24 ore di sciopero per ogni turno in tutti gli stabilimenti, perché riteniamo indispensabile non soltanto avere incontri per ottenere ammortizzatori sociali. Noi siamo venuti qui per ottenere investimenti, lavoro, salute e sicurezza”, ha spiegato il segretario della Fiom Michele De Palma.
“L’unica certezza ad oggi è la cassa integrazione, ma non può essere l’obiettivo”, ha detto il segretario della Uilm Davide Sperti. “È vero che hanno predisposto un decreto per evitare i licenziamenti nell’indotto e un elemento di integrazione al 70% per la Cig ai lavoratori diretti, ma si sta prospettando una chiusura dal 15 novembre, non solo le aree a caldo ma anche quelle a freddo, e questa è una situazione per noi non sostenibile”.
Ipotesi tetto massimo Cig per 4.450 lavoratori fino a febbraio
A chiarimento delle comunicazioni oggi inviate sulla cassa integrazione, a quanto si apprende, i commissari di Adi in AS continueranno ad attenersi al decreto sulla cassa integrazione attualmente in vigore, che prevede un tetto massimo di 4.450 lavoratori con scadenza al 28 febbraio 2027. L’eventuale ampiamento di tali numeri sarà oggetto di esame congiunto con le organizzazioni sindacali, in quanto si attendono le determinazioni della Corte di Cassazione, e non avrà comunque effetto prima del mese di novembre. Nelle more il Governo avrà varato con decreto legge un nuovo sistema di tutele sociali, perché la cassa integrazione vada nella direzione della continuità e non della cessazione di attività, mentre gli amministratori di ADI in AS e Ilva in AS cominceranno l’esame delle offerte.

