Federico Buffa: “Il calcio è show business che ha perso romanticismo”

Federico Buffa: “Il calcio è show business che ha perso romanticismo”

Da Firenze per il Premio Fair Play Menarini, Federico Buffa si arrende a un calcio sempre più ‘americanizzato’

Per uno come Federico Buffa, che del racconto degli aspetti più romantici e popolari del calcio ha fatto la propria cifra stilistica, il Mondiale più ipertrofico e inaccessibile della storia non può che rappresentare uno spettacolo desolante. “Sto vedendo pochissime partite”, confessa il celebre giornalista e commentatore sportivo alla cena di gala del trentesimo Premio Internazionale Fair Play Menarini a Firenze. 

Calcio sempre più show business

Ma tra intermezzi pubblicitari camuffati da cooling break e un pallone che sa sempre meno di sport e sempre più di prodotto commerciale e televisivo, si annidano ancora storie straordinarie. Come quella dell’Ecuador, a cui nell’ultima gara del girone serve un’impresa contro la Germania per tenere viva la speranza del passaggio del turno. 

“Siamo sull’1-1 e l’Ecuador incomincia a dominare la partita. In tutto lo stadio il posto più economico sarà costato non meno di 300 dollari, a ridosso del campo diverse migliaia di dollari. Eppure dagli spalti si leva il coro: ‘Sí, se puede, sí, se puede!’. Sono cose che succedono solo dove c’è il calcio”, dice Buffa con la passione che ha sempre contraddistinto i suoi racconti. 

Federico Buffa: “Il calcio è show business che ha perso romanticismo”
Federico Buffa con Valeria Speroni Cardi del board della Fondazione Fair Play Menarini

La ‘profezia’ di Maradona 

Nella sua voce, però, affiora anche la nota amara del disincanto, la consapevolezza che il calcio del popolo è ormai appannaggio dei ricordi. “Il romanticismo non c’è più, oggi è solo show business”. 

Quando, nel 2018, il Mondiale 2026 venne assegnato agli Stati Uniti, Maradona disse: ‘Faranno durare le partite cento minuti per metterci dentro la pubblicità’. È il problema degli americani col calcio. Non ci sono i time out durante i quali piazzare gli spot e allora si sono inventati il cooling break. Per bere basterebbero trenta secondi. E invece lo fanno durare un po’ di più”, fa notare il giornalista. A chi gli domanda se il calcio saprà resistere alla ‘americanizzazione’, risponde con un sorriso amaro: “A fatica, come il pianeta”.

Federico Buffa: “Il calcio è show business che ha perso romanticismo”
Photo by Rich Graessle/Icon Sportswire (Icon Sportswire via AP Images)

Il fair play nello sport

Nella sala stampa allestita nel ristorante che ospita la cena di gala, di fronte al panoramico piazzale Michelangelo, si avvicendano atleti del calibro di Ian Thorpe, Achille Polonara e Saša Vujačić. Ad accomunarli, oltre al talento smisurato, sono anche i valori della lealtà sportiva. Quando gli viene chiesto qual è il momento di fair play più bello della storia dello sport, Buffa, ambasciatore del premio ideato trent’anni fa da Menarini, risponde: “È una domanda bellissima, che richiede un po’ di pensiero”. 

Dopo una breve riflessione la scelta ricade su Luz Long alle Olimpiadi di Berlino del ’36. “Gara di salto in lungo: Jesse Owens ha già sbagliato due salti e rischia l’eliminazione”, ricorda Buffa. “Long gli suggerisce di anticipare lo stacco e marca un segno bianco come riferimento vicino al punto di battuta. Nel momento in cui lo fa, sa benissimo che la medaglia d’oro quel pomeriggio andrà a Owens. Si è romanzato tanto su quell’episodio, ma mi piace credere che sia andata veramente così”. 

LeBron James e l’incapacità di dire basta

Se il calcio ha consacrato Federico Buffa agli occhi del grande pubblico, il primo amore rimane pur sempre la palla a spicchi, quel basket che ha dato slancio alla sua carriera, prima come agente e poi come telecronista. Che cosa ne pensa di LeBron James che, a 41 anni suonati, lascia i Los Angeles Lakers per rimettersi in gioco, probabilmente con la casacca dei Golden State Warriors?

“A LeBron manca qualcosa di ciò che è sempre stato, ha perso il drive”, cioè la fame, il fuoco sacro della competizione. “Eppure è così impressionante vedere un ultraquarantenne, con quel livello fisico e mentale, che non è capace di dire basta”, sottolinea Buffa. “Tutti guardano al numero uno (Michael Jordan, ndr), coi suoi sei titoli Nba, i sei Mvp. Nessuno lo può raggiungere, neanche LeBron che pure ha giocato col 23 per omaggiarlo. Però se stai costruendo parte della leggenda – conclude – non vorresti mai arrivare a leggere l’ultima pagina”. 

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