Venezuela, Trentini: "Eravamo pedine di scambio, condizioni prigionia molto dure"

“Verso gennaio dell’anno scorso, senza tanti giri di parole, il direttore del carcere ci ha detto che eravamo delle pedine di scambio. L’ha detto a tre detenuti, altri tre stranieri, due spagnoli e un ceco, che ce l’hanno riferito”. Lo ha detto Alberto Trentini, il cooperante detenuto in Venezuela per oltre un anno e liberato lo scorso 12 gennaio, ospite a ‘Che tempo che fa’. “Quando ci siamo resi conto che non c’era stata la convalida dell’arresto e che tantissimi stranieri, eravamo quasi 92, messi negli stessi padiglioni e tutti avevano delle storie simili”, ha raccontato. “Più che altro si prova diciamo stupore e disperazione perché non sai per cosa verrai scambiato, quando verrai scambiato, se la trattativa funzionerà, se ci vorrà molto tempo. Ci illudevamo che anche se eravamo pedini di scambio ci sarebbero fatti i scambi più veloci, ma erano tutte illusioni nostre, illusioni che ci creavamo da soli”, ha spiegato. In cella “eravamo in 2”, ha proseguito, ricordando che “i cambi” di cella “non erano mai giustificati, come nessuna azione all’interno del carcere era giustificata, almeno a noi. Venivano, ti dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose e ti cambiavano di cella. Le condizioni erano molto dure, avevamo l’acqua due volte al giorno, questa serviva per farci la doccia. L’acqua da bere ci veniva consegnata a parte, l’acqua per svuotare la latrina e per farsi la doccia veniva data 2 volte al giorno a orari sempre differenti, quando volevano loro. Non c’era nessuna opportunità di svago, pochissimi libri, mi avevano sequestrato gli occhiali, ero in difficoltà”.