La testimonianza dell'ex promessa dell'atletica Usa, arrivata quinta alla maratona di New York nel 2017

Nel 2012 era una promessa dell’atletica statunitense, classificata per i trials olimpici. Nel 2017, da ex professionista, senza squadra né sponsor, è sbucata alle spalle del gruppo di testa nella New York Marathon tagliando il traguardo per quinta. Nel mezzo ci sono state diete sbagliatele dicevano ‘sei troppo grossa per correre’ – una frattura da stress che ha infranto i suoi sogni e la riscoperta del proprio corpo. Allie Kieffer, 35 anni, oggi è un’allenatrice: “Mi sono resa conto che, per me, è meglio essere una campionessa per le donne che condividono le loro storie e le loro lotte con il cibo e cercano di normalizzare i corpi ‘normali’ nello sport, piuttosto che seguire o stare con persone che predicano che più magre è meglio”, racconta a LaPresse.
 
Come tante atlete, la sua storia inizia da giovanissima: “ero all’asilo, mia sorella era stata invitata a unirsi a una squadra locale. I miei genitori convinsero il gruppo a far entrare anche me”, ricorda, e prosegue negli anni del liceo e dell’università, per la Wake Forest University e la Arizona State University. Nel 2012 la grande occasione, la qualifica per i trials, con cui negli Usa si scelgono gli atleti che rappresenteranno il Paese alle Olimpiadi. Ma un paio di settimane prima, lo stop: frattura tibiale da stress, sogno sfumato. “Cercavo di mangiare il meno possibile per sostenermi -ammette Kieffer – Penso che gli infortuni che ho subito siano stati un mix tra il non fare esercizi preventivi e non accettare il mio corpo. Alla fine, però, per competere al meglio devi trattare il tuo corpo al meglio, e chiaramente non lo stavo facendo. Ho sempre cercato di essere più magra e di ingerire meno calorie, il che mi ha portato a mangiare troppo poco, farmi male, essere depressa e nascondere i miei sentimenti”.

I trials dunque li guarda dalla tribuna: “Sono andata con i miei genitori ad assistere anche se non potevo competere. Ero arrabbiata e piangevo mentre guardavo la gara dei 10 km femminili. Da un lato, la qualificazione sembrava un grande risultato, ma dall’altro non sapevo se ero abbastanza brava per rifarlo”. In seguito “ho faticato a ritrovare la forma”. Dopo mesi, senza entrate economiche, “ho deciso di trasferirmi a New York, trovarmi un lavoro e chiudere il capitolo corsa. Però non avevo molti amici e così ho ricominciato per incontrare nuove persone!”. Conosce un ragazzo che fa crossfit, decide di provare anche lei: “era il 2017 quando ho iniziato a sollevare pesi, solo pochi mesi dopo, in primavera, ho visto risultati positivi – racconta – così ho continuato, abbinando il sollevamento pesi agli allenamenti della maratona. Il risultato l’ho visto a New York di quell’anno, quando sono arrivata quinta. Lì ho smesso di pensare che il meglio fosse alle spalle”.  “Non sono alta e magra, e per così tanto tempo ho pensato che quello fosse il modo in cui dovevi apparire per essere bravo a correre, ma quando finalmente mi sono accettata ho capito gli aspetti positivi della mia struttura fisica ‘diversa’ – racconta – Sono un cavallo da battaglia, forte e duraturo. Ho investito sull’allenamento della forza che credo sia uno dei motivi principali per cui ho avuto successo più avanti nella mia carriera”. Dai tempi bui “sono cresciuta, ora sono felice e in salute, ma sono ancora colpita da alcune cose che vedo nello sport professionistico. Molte ragazze, donne, ma anche uomini, soffrono di disturbi alimentari, soprattutto nella corsa”. Certo,  negli ultimi anni la cultura sta cambiando: “più atleti professionisti hanno condiviso le loro storie e le loro lotte riguardo all’immagine corporea e alla cultura della dieta nello sport, il che ha avuto un effetto davvero positivo su tutti. E poi le donne parlano, chiediamo collettivamente che i nostri corpi non vengano criticati e che l’attenzione sia sulla nostra arte, non sul nostro aspetto. Sono fiduciosa per il futuro”. Anche perché oggi Kieffer allena e si fa in quattro per promuovere uno sport ‘sano’: “ho iniziato con un runner a New York, me lo ha chiesto perché avevamo una velocità simile e stava cercando qualcuno che lo allenasse e corresse con lui – spiega – Adoro entrare in contatto con gli altri e aiutarli ad avere successo. Non ho incontrato un corridore che non abbia dedicato molto tempo ed energie a questa passione, ed è davvero speciale  per me aiutare le persone a lavorare in modo più intelligente e ottenere di più”. 

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