Sarebbe sbagliato derubricare il ‘Quarant’Anni Di 17 Re – Tour 2026′ dei Litfiba, che sta attraversando l’Italia questa estate, come l’ennesima tournée celebrativa di un gruppo o un artista che riporta sul palco un disco storico della propria carriera. Perché senza quell’album, uscito nel 1986, semplicemente non sarebbe esistito tutto il rock italiano venuto dopo. ’17 Re’ non è solo un disco storico, è il disco che ha permesso che esistesse un altro modo di fare musica in Italia e non solo per il valore intrinseco d quel lavoro ma perché mise in moto un movimento nato dall’underground, da un’etichetta visionaria e pionieristica come l’I.R.A. di Alberto Pirelli, che credette nella possibilità di declinare il rock in salsa tricolore. Ed era il rock più innovativo e sperimentale di quella stagione, ovvero la new wave e il post punk, che Oltremanica si imponevano sulla scena mainstream con band come U2, Depeche Mode, Cure e tanti altri. Dalla leggendaria cantina adibita a sala prove di Via de’ Bardi a Firenze arrivavano i Litfiba, fulcro di una scena sotterranea cittadina che comprendeva anche Diaframma e Moda, che nascevano da una costola dei Cafè Caracas dove, insieme al futuro chitarrista dell’ensemble guidato da Piero Pelù, Ghigo Renzulli, militava nientemeno che quel Raf, che sarebbe diventato un astro del pop del Bel Paese.

La formazione originale porta sul palco la magia del disco del 1986
E martedì sera sul palco del Kozel Carroponte, la struttura nata sulle ceneri dell’acciaieria Breda a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, alle porte di Milano, la formazione originale di ’17 Re’, composta da Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi alle tastiere e Gianni Maroccolo al basso, con l’aggiunta di Luca Martelli alla batteria al posto del compianto Ringo De Palma, scomparso nel 1990, hanno ridato vita alla meraviglia di quelle canzoni, apice della storia del gruppo, che perfezionavano le idee che già si intuivano nel disco d’esordio ‘Desaparecido’. Brani che sono parte di quella trilogia del potere chiusa da ‘Litfiba 3′, prima che il gruppo virasse verso strade più convenzionalmente rock pop e fortunatissime commercialmente, con lavori come ‘El Diablo’, ‘Terremoto’, ‘Spirito’ e ‘Mondi Sommersi’. Ma quella magia fu irripetibile e sul palco viene rievocata in apertura di show dalla canzone che dava il titolo al disco, rimasta inedita per anni e fatta uscire in occasione del tour. Il frontman suona la melodica sulle note introduttive della maestosa ‘Come Un Dio’, summa del mistero avvolgente del disco.
Pelù attacca Trump, Netanyahu, Putin, Salvini e Vannacci
Poi su un’altra cavalcata oscura e travolgente come ‘Vendette’, Pelù inizia quella che sarà una serie di attacchi al potere globale, chiedendo di fermare Netanyahu e i “sionisti” nella loro azione contro i palestinesi. Sull’inno con l’iconico coro ‘Rispetta le mie idee’ di ‘Apapaia’, che ai tempi incarnava il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, il bersaglio è la guerra “che fa sempre schifo” mentre su ‘Oro Nero si scaglia contro il patriarcato di cui “noi italiani siamo maestri”. I brani sono eseguiti magistralmente dallo storico nucleo di musicisti, Piero è ora ieratico, ora predicatorio ma gigioneggia anche, cavalcando il maxi re degli scacchi di gommapiuma che fa da scenografia sul palco. Ha 66 anni, indossa cuffie protettive per l’acufene di cui soffre ma è un fuoco di energia, con la voce in palla. Se mai ce ne fosse stato bisogno spazza via i dubbi su chi sia la vera rockstar di questo paese. Nei bis il leader dei Litfiba si presenta sul palco con la bandiera tricolore. “Non l’ho mai fatto”, dice, spiegando il gesto come un no a “sovranismi e populismi” e un tributo “all’Italia libera e antifascista” condito da un “ci dispiace Salvini e Vannacci”, prima di cantare l’inno alla libertà dell’ariosa melodia de ‘Il Vento’ ai tempi dedicata alle vittime della repressione del regime cinese di Piazza Tiennamen. Le frecciate non risparmiano nessuno: da Trump, irriso con un ciuffo arancione sventolato dal frontman, a Putin, passando per Ignazio La Russa, contro l’ipotesi di “uno con il busto del Duce al Quirinale”. Negli encore c’è spazio per l’atmosfera dark della gemma ‘Istanbul’ e per la frustata di ‘Eroe nel vento’, entrambe dal primo disco, per ‘Santiago’ e l’imperiosa cavalcata western di ‘Tex’ (dedicata ai Nativi Americani), con il pubblico sudato e entusiasta che canta all’unisono il coro “non voglio più amici, voglio solo nemici”. Il sipario cala sul rockaccio di ‘Cangaceiro’ per l’abbraccio finale con il pubblico, che Piero e Ghigo scendono a salutare stringendo le mani degli aficionados delle prime file.


