Il bar Mario è lontano ma virtualmente riapre per servire il meglio di chi lo ha trasformato nel luogo dove i sogni di rock ‘n’ roll prendono vita. Con 54mila spettatori l’Olimpico ha aperto ufficialmente il tour nei grandi stadi de ‘La notte di certe notti’, sequel dei live evento con cui Luciano Ligabue celebra i 30 anni del brano che più di tutti ne ha sancito l’ascesa nel gotha della musica e del rock italiano. Dopo la data zero di Bibione (Venezia) Roma ha fatto da apripista ai live estivi del Liga, pronto a esibirsi anche a Torino (Allianz stadium il 17 giugno) e Milano (San Siro 20 giugno), con il meglio del suo repertorio. Un viaggio attraverso gli anni, che ha forse appassionato più i fan storici del rocker emiliano, pronti a intonare i pezzi forti di album come ‘Ligabue’, ‘Lambrusco, coltelli, rose & popcorn’, ‘Buon compleanno Elvis’, ‘Miss Mondo’, fino ad arrivare a ‘Fuori come va?’ e a ‘Nome e cognome’.
Il passaggio da un’epoca all’altra scandita dalle cover dei vari dischi. Generi e generazioni diverse, pezzi ritmati da pestare “coi piedi di più” e ballad, come la protagonista della serata: ‘Certe notti’, arrivata nel bis, come a dire – per citare ancora Liga – che “il meglio deve ancora venire”. La scaletta riassume una carriera proiettandola verso il futuro, perché c’è la provincia emiliana tra bar, balere e i cinema con le sede di legno di ‘Marlon Brando è sempre lui’, ma c’è spazio anche per temi sempre attuali, come il pacifismo – ed ecco ‘Il mio nome è mai più’ – e l’amore, quello nostalgico di ‘Eri bellissima’ e quello tormentato, fra passione e sentimento, de ‘L’odore del sesso’. E poi la vita, da cui “Si viene e si va comunque ballando”, o che si affronta “Urlando contro il cielo”. In oltre 30 anni Ligabue ha raccontato tutto: è partito dalla metafora esistenziale della provincia – quella di ‘Radiofreccia’ e di ‘Bar Mario’ – per arrivare ai temi universali. Il suo pubblico lo sa e lo apprezza per questo, anche quando i suoi live diventavano quasi una sfida tra generazioni. Fra chi saltava sulle note di ‘Balliamo sul mondo’ e i più giovani, pronti a ondeggiare su quelle di ‘Le donne lo sanno’. A Roma il tocco è stato decisamente più vintage nella scaletta e nelle scelte artistiche e di staff, con un Liga che ha portato sul palco tutti i chitarristi della sua carriera, ma ha anche voluto come batterista il figlio Lorenzo ‘Lenny’, alla sua prima negli stadi assieme al papà.
Si è cominciato con ‘Balliamo sul mondo’ – inizio della carriera del rocker – preceduta da una clip con i potenti della Terra – da Trump a Musk, passando per Meloni e Putin – e immagini di guerre e disastri, con il pianeta a rotolare su una strada quasi a voler travolgere il povero protagonista della clip. Luciano entra sul palco camminando, come ormai fa da diversi concerti con la consapevolezza di chi non ha più bisogno di stupire con i fuochi d’artificio. C’è piuttosto poesia, come quando imbraccia la chitarra acustica, suonando da solo ‘Non è tempo per noi’ e e chissà quanti sul prato o sugli spalti hanno facce che “belle o brutte” nonostante il tempo “non cambian mai”. E lo stesso fa con ‘Il mio nome è mai più’, ricordando di averla scritta al tempo del conflitto nella ex Jugoslavia ma per esprimere, più in generale, “la mia posizione nella guerra”. E alle sue spalle, durante l’esecuzione, compaiono messaggi contro i massacri a Gaza, in Ucraina, in Sudan e nei 59 conflitti “in corso nel mondo”. E il messaggio politico torna con ‘Nessuno è di qualcuno’, dedicata al dramma della violenza di genere. Il brano, ricorda Ligabue, “nasce da una situazione terribile: una donna su tre in questo Paese ha subito o sta subendo violenze fisiche o sessuali”.
Poi la carrellata di volti del mondo dello spettacolo – Fiorello, Amadeus, Luca Argentero, Luca Zingaretti, Salvatore Esposito, Marco D’Amore, Raul Bova, Marco Giallini e altri sino a Fiorella Mannoia – a ripetere ‘Nessuno è di qualcuno’, prima che sugli schermi compaia a caratteri cubitali ‘Una nessuna centomila’, la fondazione italiana dedicata alla prevenzione e al contrasto del fenomeno. Il tutto con le luci del palco rigorosamente rosse. Che poi Ligabue aveva già anticipato nel 1995 il racconto di quell’intima condizione femminile vissuta tra pressioni familiari e sociali – di chi vorrebbe ridurre tutto alla scelta fra “t..ia o sposa” – e voglia di emancipazione in ‘Quella che non sei’, eseguita anche nella notte dell’Olimpico tra le ovazioni del pubblico. E se ‘Leggero’ è melodia, ‘Quelli tra palco e realtà’ e ‘I ragazzi sono in giro’ sono ritmo e adrenalina, prima del racconto di quelle ‘Certe notti’ fra “cosce e zanzare e nebbie e locali a cui dai del tu”. E allora può bastare, almeno per l’Olimpico. Torino e Milano aspettano, poi i palasport in autunno, prima della meritata pausa dai live italiani nel 2027. E c’è già chi, al pensiero, di un anno senza Liga negli stadi urla al suo personale cielo ‘Libera nos a malo’.


