Se ne va un intellettuale della musica capace di scrivere grandi hit commerciali: la carriera dell'artista siciliano

Se ne è andato uno dei grandi della musica italiana, una personalità unica nel panorama del cantautorato di casa nostra. Franco Battiato, morto il 18 maggio 2020 all’età di 76 anni, aveva poco a che spartire stilisticamente con la scuola degli anni ’70 di Guccini, De Gregori o Fossati. Dalla Sicilia si sposta a Milano proprio in quegli anni, iniziando un percorso artistico con due album come ‘Fetus’ (1971), ‘Pollution’ (1972) dal piglio sperimentale, che resterà sempre nei suoi dischi, anche nella fase più matura e in quella più pop, influenzato da maestri dell’avanguardia come Karlheinz Stockhausen e John Cage.

Battiato aggiusta il tiro con i successivi ‘L’Era del Cinghiale Bianco’, ‘Patriots’ e soprattutto, nel 1981, con ‘La voce del Padrone’. E’ il disco perfetto che gli regala il successo di massa, grazie a hit come ‘Bandiera Bianca’ , ‘Cuccurucucù’, ‘Centro di gravità permanente’ e ‘Summer on a solitary beach’, punteggiate da testi geniali tra ironia e citazioni colte, come la frase ‘killer’ “A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata”. Citazioni che non furono mai un vezzo ma la cifra di un intellettuale a tutto tondo, capace di far coesistere il pop con la filosofia, le religioni e la spiritualità, materie di cui era un instancabile studioso.

Franco Battiato, l'album La Voce del Padrone

La voce del Padrone, pubblicato nel 1981

Battiato diventa una star, un ruolo che gli si addice poco, preferisce regalare le sue canzoni a ‘pupille’ come Giuni Russo e Alice. Non cavalca l’onda ma anzi accentua il lavoro di ricerca e contaminazione con sonorità classiche, riuscendo ancora a far convivere le due anime con ‘Come un Cammello in una grondaia’, altro lavoro riuscito e di successo, tra lieder ottocenteschi e il classico ‘Povera Patria’, brano di indignazione civile esplicito e diretto. Gli anni ’90 sono quelli del sodalizio con il filosofo Manlio Sgalambro ma anche di un evento unico che porta Battiato ad esibirsi a Baghdad con l’Orchestra Sinfonica Nazionale Irachena. L’artista catanese oscilla tra la classicità de ‘La Cura’ e le chitarre sporche in ‘L’imboscata’, per poi virare verso l’elettronica e il rock new wave in ‘Gommalacca’. Sono gli anni delle collaborazioni con i nomi del rock indipendente italiano come  i Csi di Giovanni Lindo Ferretti, i Bluvertigo di Morgan e Ginevra Di Marco. Ci saranno poi gli omaggi ai classici del cantautorato, rivisti con il suo stile, nei dischi di cover ‘Fleurs’.

Nell’excursus artistico del cantautore nel 2004 entra anche il cinema: Battiato firma come regista ‘PERDUToAMOR’, scritto insieme a Sgalambro, che gli vale il Nastro d’Argento come miglior regista italiano esordiente. La produzione discografica si dirada in questi ultimi anni ma Battiato continua a suonare tanto dal vivo, e dai concerti trae alcuni dischi live. Nel 2014 c’è un’altra zampata sperimentale del Maestro, ‘Joe Patti’s Experimental Group’ realizzato insieme a Pino ‘Pinaxa’ Pischetola. Dal 2017, dopo un incidente domestico, scompare dalla scena pubblica e artistica, segnale di una salute che si sta deteriorando. Ma come sempre, quando se ne vanno i grandi artisti, a sopravvivere saranno le canzoni. Specialmente quelle di un autore geniale che è riuscito a far canticchiare a milioni di italiani versi criptici come “L’ira funesta dei profughi afghani che dal confine si spostarono nell’Iran”.

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata