Le confessioni del grande attore americano, presidente onorario della quarta edizione del Filming Italy Sardegna Festival, in programma fino al 25 luglio al Forte Village di Cagliari

Per tutti è e rimarrà sempre Mister Wolf, uno dei personaggi cult di Pulp fiction e della cinematografia mondiale. Ma, a 82 anni compiuti, “ora credo di essere Mister Keitel, padre di un figlio di 17 anni”, confida a LaPresse il grande attore americano, presidente onorario della quarta edizione del Filming Italy Sardegna Festival, in programma fino al 25 luglio al Forte Village di Cagliari. “Quando interpreti un personaggio cerchi di trovare le sue qualità. Ho bei ricordi di Mister Wolf”, racconta. Quanto al suo personaggio che ha amato di più, “una domanda del genere potrebbe uccidermi. Sono stato molto fortunato, ho potuto recitare con grande registi in grandi ruoli”. Gli inizi sono stati a New York. Lì ha conosciuto giovanissimo un’altra icona del cinema, Martin Scorsese. Era il suo primo film da regista, ‘Chi sta bussando alla mia porta’. Correva l’anno 1967.

“Giravamo nei weekend perchè recitavamo gratis e in settimana avevamo dei lavoretti”, spiega, “quando sono andato a Hollywood ero un po’ rigido, ero un attore di New York. Ho cominciato facendo in tv un poliziesco, ma mi sono detto che non avrei più fatto televisione, che non faceva per me. Troppo duro, tempi troppo rapidi per un attore che ha studiato recitazione a New York. Poi, nel tempo, ho visto un programma in tv e di fronte alla bravura dell’attrice mi sono detto: ‘Harvey, non è la tv, sei tu’. È un grande mezzo la tv, va riformata, non distrutta”. Adesso, a 82 anni, si sente molto diverso da allora. “Non cambi le persone solo parlandogli. Serve un cambio di cultura e penso che solo la cultura stessa lo possa fare, la musica, l’arte. Ero uno che difficilmente cambiava idea, sono stato nei Marines. Mi ha cambiato un incontro con un ragazzo che da Boston era andato a New York per recitare e mi ha regalato un libro del senatore americano Wright”, ricorda commuovendosi per l’amico che poi è morto, “mi ha fatto capire quanto rigido fosse il mio modo di pensare e quanto fosse importante l’arte”.

Un grande cambiamento l’ha portato anche il Covid. “Quando è scoppiata la pandemia a New York sono morti in migliaia, io guardavo il cielo come quando ero bambino a Brooklyn chiedendo un intervento degli angeli. Ma ho capito che gli angeli sono i medici e gli infermieri che hanno aiutato gli altri, che hanno anche perso la vita. Ho capito che non dovevo guardare al cielo per trovare gli angeli. E ho visto che in Italia la gente suonava dai balconi, l’abbiamo poi fatto anche a New York, è stata una cosa d’ispirazione. Solo in Italia poteva capitare”, sottolinea Keitel. Quello che non è mai cambiato o venuto meno è l’amore per il cinema, anche italiano. Per Ettore Scola, “quando il suo film è stato messo al bando dalla Chiesa ci siamo sentiti e gli ho detto che non l’avevo visto ma mi era piaciuto”, scherza, per Sorrentino, “un grande, il suo lavoro parla per lui. E anche Davide Ferrario, con cui ho girato un film su Malta e i moti per l’indipendenza dal Regno Unito”. Quanto ai piani per il futuro, “spero che il prossimo progetto sia quello di mia moglie Daphna Kastner, che ha studiato in Italia. L’ho vista nel film ‘Spanish fly’ e poi l’ho sposata. Ha scritto un film che si intitola ‘In the mouth of wolf’, che ha a che fare anche con l’Italia”.

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