Il film di Stefano Mordini è tratto dal romanzo Premio Strega 2016 di Edoardo Albinati

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La scuola cattolica, Instagram

In un quartiere residenziale di Roma sorge una nota scuola cattolica maschile dove vengono educati i ragazzi della migliore borghesia. Le famiglie pensano che così i loro figli possono crescere protetti dai tumulti della società. E che quella rigida educazione potrà assicurare loro un futuro luminoso.

Nella notte tra il 29 e il 30 settembre del 1975 qualcosa si rompe e quella fortezza di valori inattaccabili crolla sotto il peso di uno dei più efferati crimini dell’epoca: il delitto del Circeo.

I responsabili sono infatti ex studenti di quella scuola frequentata anche da Edoardo (Emanuele Maria Di Stefano). Il quale prova a raccontare cosa ha scatenato tanta cieca violenza in quelle menti esaltate da idee politiche distorte e un’irrefrenabile smania di supremazia.

“La scuola cattolica”: una storia vera, prima romanzo e ora film

Il “massacro del Circeo” raccontato in “La scuola cattolica” è una storia vera. Nella notte tra il 29 e il 30 settembre del 1975 Donatella Colasanti (nel film Benedetta Porcaroli) e Rosaria Lopez (Federica Torchetti) furono attirate con l’inganno da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira in una villa di proprietà della famiglia di quest’ultimo.

Il pretesto era quelllo di una festa, ma le ragazze furono torturate fino a provocare la morte di Rosaria. Donatella (deceduta nel 2005) sopravvisse fingendosi morta. La vicenda divenne materia del libro di Edoardo Albinati, pubblicato da Einaudi e vincitore del Premio Strega nel 2016. Dal libro è tratto “La scuola cattolica”, diretto da Stefano Mordini e in sala dal 7 ottobre.

“La scuola cattolica”: non mostrare la violenza

Il film, dice Mordini, “non mostra la violenza ma si muove sul filo della suggestione per non spettacolarizzarla, così lascio la responsabilità al pubblico, soprattutto ai maschi, di capire cosa è successo”.

Inoltre “si è preferito non evidenziare il contesto per non etichettare questa storia eliminando i riferimenti al fascismo e alla droga perché per noi era importante identificare questa storia nel maschio che usava e vedeva la donna come oggetto. Lo stesso Pasolini sottolineò che quella violenza non era solo della borghesia, ma anche della borgata”. In conclusione, “abbiamo voluto raccontare questa storia oggi per far diventare quella responsabilità di tutti”.

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