“Il Servizio sanitario nazionale è un paziente cronico, con patologie multiple: sta male perché negli ultimi 15 anni i governi di tutti i colori non lo ha curato a sufficienza. Inevitabilmente è scivolato e ha fatto perdere progressivamente ai cittadini il diritto alla tutela della salute”. La diagnosi arriva dal presidente di Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, a margine della presentazione del IX Rapporto sul Ssn, alla Camera.
Se la Manovra non basta
Come intervenire, anche in legge di Bilancio? “La Manovra sostanzialmente approccerebbe solo l’aspetto di tipo finanziario. Ma al Ssn, come emerge dal Rapporto Gimbe, servono due cose: le risorse, ma anche riforme coerenti con l’allocazione delle risorse stesse. Troppi soldi oggi non possiamo impiegarli, ma è evidente che fare riforme senza soldi sostanzialmente lascia scatole vuote e progetti incompiuti”, chiarisce Cartabellotta.
Quindi non è soltanto una questione di quanto spendere sul Ssn, ma anche di “una traiettoria pluriennale di finanziamento. Non siamo d’accordo su questa sorta di teatrino che ogni anno si verifica a fine anno, quando il ministro della Salute, chiunque sia, prova a strappare qualche miliardo in più per la sanità. Ci vuole un patto tra tutte le forze politiche che stabilisca qual è la traiettoria di rifinanziamento progressivo del Servizio sanitario nazionale”, dice a LaPresse il numero uno di Gimbe.
I rischi per i cittadini e quelli per il Ssn
Citando il rapporto e i dati Ocse, Cartabellotta sottolinea come “abbiamo accumulato un grande gap nei confronti della media dei Paesi europei, circa 36 miliardi, ma soprattutto si sta scollando l’entità del finanziamento pubblico con la previsione di spesa sanitaria. Dunque o si mettono soldi in legge di Bilancio, oppure le Regioni saranno in difficoltà e, quindi, dovranno tagliare servizi, o aumentare le tasse cittadini”.
Gimbe presenta oggi un piano in 16 punti per il rilancio del Ssn e promette di monitorare i programmi dei partiti in vista delle prossime elezioni. Ma ha le idee molto chiare: “La priorità assoluta è quella del personale sanitario. Oggi noi abbiamo una crisi nella crisi, quella del personale sanitario: i professionisti o non vogliono entrare nel servizio pubblico, oppure se ne vanno via. Senza restituire attrattività – anche ma non solo economica – al servizio pubblico, rischiamo che qualunque tipo di riforma messa in atto, da qualsiasi governo, non produca dei benefici”.


