Epatite A in Italia, l’epidemiologo e i 50 giorni ‘caldi’

Epatite A in Italia, l’epidemiologo e i 50 giorni ‘caldi’
Photo by: Carmen Jaspersen/picture-alliance/dpa/AP Images

L’epatite A ha un periodo di incubazione che va da 15 a 50 giorni. Il punto con l’epidemiologo.

Non si parla più molto di epatite A, ma l’aumento dei casi segnalati prima in Campania e poi in altre regioni – tra cui il Lazio – continua a destare preoccupazione fra gli addetti ai lavori. Stando al Dipartimento di Prevenzione della Asl Napoli 1 Centro la diffusione del virus risulta superiore di dieci volte rispetto alla media degli ultimi dieci anni e di 41 volte rispetto all’ultimo triennio. Ma quando finirà l’allarme? “Si tratta di una malattia che ha un periodo di incubazione che va da 15 a 50 giorni e questo significa che ancora qualche caso sporadico possiamo vederlo fino alla scadere dei 50 giorni dai primi contagi”, dice a LaSalute di LaPresse Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il virus dell’epatite A

“L’epatite A ha un decorso generalmente autolimitante e benigno, con forme asintomatiche nei bambini. La trasmissione – ricorda l’epidemiologo – avviene per via oro-fecale. Il virus è presente nelle feci 7-10 giorni prima dell’esordio dei sintomi e fino a una settimana dopo, mentre è presente nel sangue solo per pochi giorni. In genere il contagio avviene per contatto diretto da persona a persona o attraverso il consumo di acqua o di alcuni cibi crudi”.

 “A volte si possono avere forme più gravi con decorso protratto e persino epatiti fulminanti, che sono rapidamente fatali. La malattia però è letale solo in una percentuale di casi che oscilla tra lo  0,1% e lo 0,3%, ma può arrivare fino all’1,8% negli adulti sopra ai 50 anni”, ricorda ancora l’esperto.

I sintomi da tenere d’occhio

Quali sono i sintomi? “In genere l’epatite A, che dura 1-2 settimane, si manifesta con febbre, malessere, nausea, dolori addominali e ittero, accompagnati da valori alti delle transaminasi e della bilirubina. I pazienti guariscono completamente senza mai cronicizzare, pertanto non esiste lo stato di portatore cronico del virus A, né nel sangue, né nelle feci”, aggiunge lo specialista. 

I frutti di mare crudi e il rischio epatite A

Sono diversi gli alimenti sospettati, ma per i casi registrati in diverse Regioni da inizio 2026 “il fattore di rischio principale sono i molluschi mangiati crudi o poco cotti, dunque torno a raccomandare di cuocere bene i frutti di mare e di curare l’igiene con particolare attenzione”, conclude Ciccozzi.

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