Mentre l’oncologia cambia, il sistema delle cure resta indietro. Eppure se oggi il tumore non è più ‘una malattia incurabile’, la sanità fatica ad adattarsi ai bisogni di chi, dopo la diagnosi e le terapie, arriva a convivere con la neoplasia o guarisce.
“Oltre 3,7 milioni di persone vivono dopo una diagnosi di tumore e ogni anno si registrano circa 390 mila nuovi casi. Il problema non è solo clinico, ma organizzativo: accessi ripetuti agli hub, passaggi tra servizi non sempre coordinati, follow-up disomogenei, informazioni che non viaggiano insieme alla persona”, spiega Paolo Tralongo, presidente Cipomo, illustrando alla stampa un documento per modificare l’assistenza avvicinandola – fisicamente – ai pazienti.
Tradotto in cifre, assicurano gli oncologi ospedalieri, significa circa 150 chilometri evitabili per paziente ogni anno e, considerando che in Italia le persone in trattamento attivo o nei primi anni di follow-up sono circa 500mila l’anno, questo modello potrebbe tradursi in oltre 70 milioni di chilometri in meno a livello nazionale. Con conseguenze importanti per la qualità della vita dei pazienti, ma anche per l’ambiente (pensiamo solo alle emissioni di CO2).
L’interessante progetto è descritto nel documento “Transizione Ospedale–Territorio in Oncologia”, elaborato dal Gruppo di Lavoro Cipomo–Fnomceo, condiviso con Fimmg (Federazione Italiana Medici Di Medicina Generale) e Sumai (Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria), ed è stato presentato al 30° Congresso dei primari oncologi che si conclude a Roma. Con una premessa: gli ideatori puntano a farlo diventare realtà.
Il documento, gli obiettivi e le priorità
“L’oncologia medica è nata nel 1996 con Gianni Bonadonna. Da allora abbiamo fatto molti passi avanti e oggi ci troviamo di fronte nuove sfide, in particolare quella dei guariti”, sottolinea il presidente del Congresso, Carlo Garufi. Basterebbe far leva su cinque scelte strutturali per modificare concretamente il percorso assistenziale. Il documento sarà condiviso con Agenas e ministero della Salute e punta a porre le basi per una nuova organizzazione del sistema delle cure.
“La transizione ospedale-territorio in oncologia è un processo cruciale per garantire continuità assistenziale e migliore qualità di vita, anche alla luce della cronicizzazione di molte malattie tumorali e della riduzione dei posti letto ospedalieri”, ribadisce Tralongo.
“Accompagnare la persona in tutte le fasi della malattia– aggiunge in una nota Filippo Anelli, presidente Fnomceo – richiede una forte integrazione tra strutture ospedaliere e servizi territoriali, dai medici di Medicina Generale alle Case della Comunità, fino all’Assistenza Domiciliare Integrata. L’obiettivo è costruire un continuum assistenziale guidato da un gruppo multidisciplinare e multiprofessionale, capace di garantire appropriatezza delle cure e sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale”.
Anche per Silvestro Scotti, segretario nazionale Fimmg “la presa in carico del paziente oncologico non si esaurisce nella fase ospedaliera. Sempre più persone vivono a lungo dopo una diagnosi di tumore e hanno bisogno di un follow-up continuo e della gestione degli effetti delle terapie nella vita quotidiana. Il medico di famiglia rappresenta il riferimento stabile per la persona, ma questo ruolo può funzionare davvero solo dentro una reale integrazione con oncologi e servizi territoriali”.
L’esperienza di Piacenza
Troppo bello per essere vero? Un modello territoriale attivo a Piacenza tra il 2017 e il 2022, ha coinvolto 2.132 pazienti e ha consentito di evitare complessivamente 1,97 milioni di chilometri di spostamenti, con una riduzione stimata di 241 tonnellate di CO2. Su base annua significa circa 150 chilometri risparmiabili per paziente ogni anno grazie a una diversa organizzazione dell’assistenza, dicono da Cipomo.
Digitalizzazione e sostenibilità
Certo, il sistema richiede una cartella clinica unica interoperabile, integrata nel Fascicolo sanitario elettronico. Solo così si potrà davvero garantire che l’accesso ai servizi non dipenda dal luogo di residenza”, precisa Giovanni Pietro Iannello, responsabile del progetto per Cipomo.
L’idea è quella di una sostenibilità “declinata su tre dimensioni: uso appropriato delle risorse, riduzione degli spostamenti evitabili, valorizzazione delle competenze professionali”. Insomma, non basta più che ospedale e territorio si parlino. “Ma bisogna garantire che lo facciano davvero e con regole uguali per tutti. Solo così possiamo ridurre disuguaglianze tra regioni, evitare spostamenti inutili e assicurare a ogni persona un percorso chiaro, continuo e misurabile”, chiarisce Tralongo.
Le 5 leve del progetto
Ecco dunque le leve operative per i medici:
Governance unica delle Reti Oncologiche: una cabina di regia regionale responsabile dell’intero percorso assistenziale, con standard omogenei e monitoraggio degli esiti.
Pdta vincolanti: percorsi formalmente adottati e applicati in tutti i setting assistenziali, con tempi e responsabilità chiaramente definiti.
Integrazione del medico di medicina generale: accesso alla cartella clinica oncologica unica e ruolo attivo nel follow-up e nella gestione delle problematiche minori.
Oncologo transmurale: figura ponte tra ospedale e territorio, attiva anche nelle Case e negli Ospedali di Comunità.
Care Plan (piani di cura) per la lungovivenza: un piano strutturato che definisce follow-up, prevenzione, gestione degli effetti tardivi e servizi di supporto.

