Nei campi profughi di Cox’s Bazar, nel Sud del Bangladesh, dove vive oltre un milione di rifugiati Rohingya fuggiti dalle persecuzioni in Myanmar, si sta sviluppando nel silenzio del mondo una delle più gravi epidemie di epatite C mai documentate. Sebbene alcuni rifugiati possano essere arrivati già esposti al virus, i dati indicano chiaramente che la trasmissione continua attivamente all’interno dei campi.
A lanciare l’allarme è un articolo pubblicato dal gruppo di ricerca Gabie sul ‘Bulletin of the World Health Organization’, la rivista scientifica ufficiale dell’Oms, che descrive “una vera emergenza di sanità pubblica”. A firmare il lavoro è un team composto, fra gli altri, da Massimo Ciccozzi e Francesco Branda dell’Università Campus Bio-Medico e Giancarlo Ceccarelli della Sapienza.
Epatite C nei campi profughi, numeri importanti
Circa il 30% degli adulti nei campi risulta positivo agli anticorpi dell’epatite C, segno di un contatto con il virus, spiegano i ricercatori. Ma a preoccupare ancora di più è il fatto che il 20% presenti un’infezione attiva, confermata da test molecolari.
Numeri eccezionalmente alti, che collocano i campi Rohingya tra le aree con la maggiore prevalenza di epatite C al mondo, ben al di sopra di quella registrata nella popolazione generale del Bangladesh, dove il virus colpisce meno dell’1% degli abitanti.
Oltre la metà delle persone infette non ha mai sentito parlare di epatite C e quasi nessuno aveva ricevuto una diagnosi o un trattamento prima dell’intervento delle organizzazioni internazionali.
“L’epatite C è infatti una malattia spesso silenziosa: può rimanere asintomatica per anni, mentre il virus danneggia progressivamente il fegato, portando a cirrosi, insufficienza epatica e tumore”, sottolinea Massimo Ciccozzi.
Perché il virus dell’epatite C circola così tanto
Sovraffollamento, strutture sanitarie insufficienti, carenza di materiali sterili e accesso limitato a cure sicure creano un terreno fertile per la trasmissione del virus, si legge nell’articolo che cita pratiche a rischio come l’uso non sicuro di aghi e siringhe, procedure mediche improvvisate, trasfusioni non adeguatamente controllate e pratiche tradizionali – come piercing e circoncisioni – eseguite senza adeguate misure di sterilizzazione.
Dal 2024 l’Oms, in collaborazione con il governo del Bangladesh e numerosi partner umanitari, ha avviato un programma su larga scala di screening e trattamento, descritto in dettaglio nell’articolo.
Il programma si basa su un modello semplificato: test rapidi direttamente nei campi, conferma di laboratorio per le infezioni attive e accesso a farmaci antivirali di nuova generazione, i cosiddetti antivirali ad azione diretta, che oggi permettono di guarire l’epatite C in oltre il 95% dei casi.
I primi risultati “sono incoraggianti. In un anno di attività, migliaia di rifugiati sono stati sottoposti a screening e centinaia di pazienti hanno completato il trattamento, con un tasso di guarigione che sfiora il 97%”, spiegano i ricercatori. Un dato che dimostra come l’epatite C non sia una malattia incurabile, nemmeno in un contesto di emergenza umanitaria, se vengono garantiti diagnosi precoce e accesso alle terapie.
I rischi
Ma questi progressi sono fragili. Le strutture sanitarie nei campi sono sovraccariche, il personale è insufficiente e le catene di approvvigionamento dei farmaci restano instabili. Gli esperti di Gabie stimano che per garantire screening e trattamento a tutta la popolazione Rohingya sarebbero necessari decine di milioni di dollari, ma i finanziamenti internazionali sono discontinui e spesso insufficienti.
Secondo gli autori senza un impegno finanziario e politico duraturo, l’epatite C rischia di diventare una crisi cronica, con un aumento nei prossimi anni dei casi di cirrosi e tumore al fegato. E le conseguenze non riguarderebbero solo i rifugiati, ammoniscono i ricercatori.

