“L’intossicazione da fumo e sostanze tossiche liberate dagli incendi in luoghi chiusi è grave proprio come le ustioni, perché nel caso di eventi come quello di Crans-Montana si è costretti a inalare fumi tossici a temperature elevate”. Parola di Federica Poli, pneumologa dell’Irccs Policlinico San Donato di Milano, che analizza con LaPresse le conseguenze dell’esposizione a roghi come quello, senza precedenti, divampato nella discoteca svizzera e costato la vita a 40 ragazzi, tra cui i sei italiani Achille Barosi, Chiara Costanzo, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti, Sofia Prosperi e Giovanni Tamburi.
Centinaia i feriti, alcuni molto gravi, assistiti negli ospedali elvetici e in 11 al Niguarda di Milano. “Ci sono tre ordini di problemi per le vie aeree – elenca la pneumologia – quello meccanico, provocato dalle particelle liberate dall’incendio, che ostruiscono le alte vie respiratorie; quello legato all’inalazione di gas a temperature molto alte, che lesiona bocca e mucose. Infine c’è il danno da gas tossici. Questi tre elementi possono essere estremamente dannosi e tali da mettere a rischio la vita, al di là delle ustioni”.
Respirare veleni
Anche solo essere costretti a inalare fumi e detriti può rivelarsi letale, sottolinea Poli. “Al danno da ustione – spiega – si sommano l’edema e le ostruzioni delle vie aeree. L’irritazione provocata da queste sostanze favorisce il broncospasmo, una reazione difensiva che fondamentalmente si manifesta con attacchi asmatici. Poi c’è il problema dell’inalazione delle polveri e dei gas. La combustione dei materiali libera CO, monossido di carbonio, che va a occupare i globuli rossi al posto dell’ossigeno, legandosi all’emoglobina e rubando ‘spazio’ all’ossigeno. Un fenomeno che si verifica anche nel caso di avvelenamento da stufette”.
Respirare a lungo monossido di carbonio causa ipossia e danni neurologici: “I pazienti possono sperimentare nausea, capogiri, mancanza di lucidità, fino al coma. Al monossido di carbonio si aggiunge anche il cianuro sprigionato dalle combustioni, che riduce la capacità di scambio di ossigeno e che, come ben sappiamo, è un veleno mortale. A queste sostanze si sommano diossina e polveri sottili liberate da materiali plastici andati in fumo”. Veleni che possono inquinare l’aria e che in questi scenari sono “presenti a concentrazioni elevatissime e si combinano con una temperatura tale da causare ustioni interne delle vie aeree”, continua Poli.
Crans-Montana, la sfida per gli pneumologi
Come aiutare i pazienti sopravvissuti a un incendio di queste dimensioni e con problemi respiratori? “La prima cosa da fare è fornire ossigeno ad alti dosaggi. Talvolta – continua Poli – si ricorre anche alla camera iperbarica per provare a ‘lavare via’ i tossici da sangue, mucose e vie aeree. Se, in seguito all’inalazione di questi materiali, si sviluppa una polmonite, la situazione si complica. Si possono comunque mettere in atto una serie di terapie mirate e combinate. Il fatto è che i danni respiratori sono molto insidiosi e possono rivelarsi difficili da superare. Si tratta di situazioni ad altissima complessità, che richiedono un approccio personalizzato”, conclude la pneumologa.

