Con gli occhi delle zanzare: ecco perché la città può diventare luogo ideale per Chikungunya e altre arbovirosi

Con gli occhi delle zanzare: ecco perché la città può diventare luogo ideale per Chikungunya e altre arbovirosi
Centers for Disease Control and Prevention una femmina di Aedes albopictus durante il pasto. (James Gathany/Centers for Disease Control and Prevention via AP)

Intervenire sullo spazio in cui viviamo può modificare l’esposizione alle zanzare portatrici di arbovirosi, il nuovo studio italiano in ottica One Health

Il clima può rendere un territorio adatto a una zanzara, ma non basta a spiegare la scelta di questi insetti di ‘insediarsi’ in un ambiente urbano. “Nelle città, a pochi isolati di distanza, possono cambiare temperatura, umidità, vegetazione, disponibilità di acqua e caratteristiche degli edifici. Sono differenze apparentemente piccole, ma rilevanti per insetti come Aedes aegypti e Aedes albopictus, i principali vettori della Chikungunya. Da qui nasce la domanda alla quale abbiamo voluto rispondere: se la città contribuisce a creare le condizioni nelle quali il vettore vive, può diventare anche parte della prevenzione?”. 

A chiederselo, in un  recente lavoro pubblicato su ‘Infection’, sono Giancarlo Ceccarelli, Francesco Branda, Cecilia Ceccarelli, Fabio Scarpa e Massimo Ciccozzi, gli scienziati del gruppo di ricerca Gabie coordinato dall’epidemiologo Ciccozzi. Il lavoro ci invita a guardare l’ambiente urbano con gli occhi delle zanzare, portando l’attenzione su un aspetto ancora poco integrato nello studio della Chikungunya: il ruolo dell’ambiente urbano come possibile determinante della presenza e della persistenza dei vettori.

Le variabili in gioco

Attenzione: “Non significa che una determinata architettura urbana provochi la Chikungunya. La trasmissione richiede l’incontro di molti elementi: il virus, un vettore competente, persone suscettibili e condizioni ambientali favorevoli. La città può però contribuire a modulare alcune di queste condizioni”, dice Ciccozzi a LaSalute di LaPresse.

Le zanzare Aedes trovano negli ambienti urbani numerosi siti nei quali riprodursi, spesso costituiti da piccole e disperse raccolte d’acqua. A questa capacità di accoglienza si aggiunge il microclima. Ombra, vegetazione, irrigazione, superfici impermeabili ed edifici possono modificare localmente temperatura e umidità. 

Per le zanzare in città molti ambienti diversi

Parlare del “clima di una città” può quindi nascondere una realtà molto più frammentata: per una zanzara, la stessa città è composta da molti ambienti diversi. “Anche l’edificio può fare la sua parte. In uno studio randomizzato condotto in Messico la schermatura permanente delle abitazioni ha ridotto del 71% l’infestazione indoor da Aedes aegypti e le infezioni arbovirali considerate. È un risultato legato a uno specifico contesto, ma mostra con chiarezza che intervenire sullo spazio in cui viviamo può modificare l’esposizione al vettore. Ed è qui che il tema diventa interessante per la sanità pubblica. L’ambiente urbano, a differenza di molti altri determinanti, è almeno in parte modificabile”, sottolineano gli scienziati di Gabie. 

Città nemiche della Chikungunya?

Acqua, drenaggio, verde, irrigazione, infrastrutture ed edifici dipendono anche da come una città viene progettata, mantenuta e trasformata. “Tener conto dell’ecologia delle zanzare in queste scelte non significa costruire città ‘contro la Chikungunya’, ma aggiungere la prevenzione sanitaria tra i possibili benefici di una buona gestione urbana”, chiarisce Ciccozzi, convinto dell’importanza di ragionare in ottica One Health. 

Perché la relazione tra ambiente e salute non si gioca soltanto su scala globale. Passa anche attraverso gli spazi della vita quotidiana e richiede per questo il dialogo tra sanità pubblica, entomologia, architettura, urbanistica e gestione del territorio. Non tutte queste relazioni sono già dimostrate specificamente per la Chikungunya. Dunque le evidenze che derivano dagli studi sulle Aedes e su altre arbovirosi dovranno essere verificate nei diversi contesti urbani, ma di certo non si inizia da zero.

“Il punto è proprio questo: non aggiungere la città alla lista dei pericoli, bensì alla lista delle possibilità di intervento. Capire meglio come gli spazi urbani influenzano i vettori può aiutarci non soltanto a prevedere il rischio, ma anche a individuare quella parte del rischio che possiamo provare a ridurre”, concludono gli scienziati di Gabie.

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