La procreazione assistita guarda sempre più alla medicina predittiva e all’intelligenza artificiale per trasformare un percorso spesso segnato da tentativi e insuccessi in un progetto terapeutico sempre più personalizzato. All’Annual meeting della European society of human reproduction and embryology (Eshre), in corso a Londra, alcuni ricercatori italiani hanno presentato studi che puntano a prevedere precocemente il potenziale riproduttivo di ovociti ed embrioni e a costruire percorsi su misura per le coppie.
Procreazione assistita e medicina predittiva
“In uno scenario in cui l’infertilità riguarda una persona su sei nel mondo e in molti Paesi le cure restano inaccessibili per costi elevati, la medicina predittiva, coadiuvata dall’intelligenza artificiale, potrà consentire trattamenti sempre più mirati, equi e sostenibili”, spiega Laura Rienzi, associato all’Università di Urbino e direttore scientifico di Ivirma Italia.
Tra le ricerche presentate, uno studio dell’Università di Pavia e del Centro Genera di Roma ha individuato nei microRNA prodotti dalle cellule che circondano l’ovocita possibili biomarcatori capaci di prevedere, senza interventi invasivi, quali ovociti abbiano maggiori probabilità di svilupparsi correttamente.
Un secondo lavoro – effettuato presso le cliniche scandinave Livio, parte della Ivirma Global Research Alliance – rivaluta gli embrioni 1PN, finora considerati atipici e non utilizzati clinicamente. Quando raggiungono lo stadio di blastocisti, però, possono offrire possibilità di successo paragonabili agli embrioni convenzionali e, nei casi in cui non siano disponibili altre alternative, aumentare fino al 23% le probabilità complessive di ottenere una gravidanza.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
Protagonista del congresso è anche l’intelligenza artificiale ‘spiegabile’. In uno studio coordinato dai ricercatori di Ivirma Italia e del Centro Genera di Roma, la tecnologia è stata addestrata analizzando oltre 3 milioni di immagini di embrioni nelle prime ore di sviluppo e ha dimostrato di poter stimare entro le prime 24 ore dalla fecondazione se un embrione ha buone probabilità di svilupparsi correttamente.
“Oggi siamo in grado di raccogliere enormi quantità di dati clinici, genetici e di laboratorio e l’intelligenza artificiale ci permetterà sempre più di integrarli, identificando connessioni invisibili all’occhio umano”, osserva Danilo Cimadomo, professore associato dell’Università di Pavia. “L’algoritmo – precisa l’esperto – non sostituirà mai il ruolo clinico e l’empatia umana del medico. L’AI è e resterà un fondamentale supporto alle decisioni”.

