Flessibilità e plasticità sono termini che abbiamo imparato a valutare come positivi, almeno se ci sono di mezzo la salute e la nostra mente. Ma se nel mirino abbiamo la depressione, le cose cambiano. La capacità di una persona di modificare il proprio stato mentale può favorire il recupero da un momento difficile, ma proprio questa estrema plasticità può aprire la strada alla depressione.
Ad analizzare questo fenomeno, cercando una via per capire in anticipo chi potrebbe essere più vulnerabile alla depressione, sono stati due studi dell’Istituto Superiore di Sanità appena pubblicati su ‘Neuroscience and Biobehavioral Reviews’ e sul ‘Journal of Affective Disorders’. Si tratta di un problema diffuso, se pensiamo che oltre il 6% degli adulti e circa il 9% degli over 65 italiani riferiscono sintomi depressivi per oltre la metà dei giorni del mese.
In questi studi i ricercatori hanno utilizzato un modello computazionale sviluppato ad hoc, che analizza quanto emozioni, pensieri e stati dell’umore tendono a essere coordinati. Quando lo fanno, si tende a rimanere nello stesso stato mentale, mentre in caso contrario lo stato mentale può cambiare più facilmente. Naturalmente si tratta ancora di un approccio di ricerca lontano dalla pratica clinica, ma i risultati sono interessanti e la strategia piuttosto smart.
Gli stati dell’umore e la vulnerabilità alla depressione
Utilizzando questo approccio sono state analizzate le traiettorie dello stato mentale di 146 soggetti sani. “Abbiamo osservato che le persone i cui stati dell’umore erano meno rigidamente legati tra loro tendevano a mostrare cambiamenti più marcati nei sintomi depressivi nel periodo successivo, raggiungendo più rapidamente livelli di sintomi considerati più severi”, dice Claudia Delli Colli, prima autrice dello studio. Questi risultati, chiarisce l’esperta, non erano spiegati semplicemente “da una maggiore presenza di sintomi all’inizio dello studio”.
Insomma, per i ricercatori la maggiore vulnerabilità alla depressione è legata alla plasticità e può essere riconosciuta prima della comparsa del disturbo. Ecco anche perché la plasticità potrebbe diventare, in futuro, un nuovo indicatore utile per la prevenzione. Una sorta di ‘grimaldello’ per individuare le persone che potrebbero beneficiare di sostegno, monitoraggio o interventi personalizzati. Magari rispondendo a domande ad hoc via smartphone su stress, rilassamento, tristezza o serenità.
“L’approccio si basa su brevi rilevazioni ripetute degli stati affettivi nella vita quotidiana”, spiega Igor Branchi del Centro Nazionale per la Ricerca e la Valutazione Preclinica e Clinica dei Farmaci dell’Iss, che ha coordinato gli studi. “Analizzando quanto i diversi stati dell’umore tendono a cambiare insieme, è possibile stimare il livello individuale di plasticità e segnalare una possibile maggiore vulnerabilità prima della comparsa di sintomi depressivi clinicamente rilevanti”, conclude Branchi.

