Ogni anno in Italia si registrano oltre 40.000 nuovi casi di tumore della prostata, con più di 500.000 le persone che convivono con questa diagnosi. Dal recente Congresso Europeo di Urologia 2026 (European Association of Urology 2026), tenutosi a Londra, arriva un messaggio importante per i medici, ovvero “l’invito a ‘trattare in modo personalizzato’ i pazienti con tumore della prostata, aumentando la precisione delle scelte diagnostico- terapeutiche lungo tutto il percorso di cura”. Parola di Bernardo Rocco, professore ordinario di Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della Uoc di Urologia della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs, che analizza le novità emerse dall’incontro, a partire dallo screening.
Screening efficace? Cosa dice la ricerca
Lo screening del tumore alla prostata può essere efficace quanto quello del seno nel ridurre la mortalità e individuare tumori clinicamente rilevanti. Analizzando dati tedeschi dello studio Probase, i ricercatori hanno confrontato il test Psa con risonanza magnetica e la mammografia, trovando risultati simili nella capacità di identificare tumori aggressivi.
Le analisi preliminari indicano che uno screening adattato al rischio può garantire benefici in termini di qualità di vita e sostenibilità economica rispetto ai modelli meno organizzati, grazie a una migliore selezione dei pazienti e a un uso più razionale delle risorse.
Addio biopsie inutili
Molto importante anche l’attenzione verso una diagnosi innovativa, in grado di cambiare le regole del gioco. Lo studio Primary-2 sull’utilizzo della Pet/TC con [68Ga] Ga-PSMA-11 nei pazienti con risonanza magnetica dubbia o negativa mostra che il nuovo esame ha dimezzato il numero di uomini sottoposti a biopsia prostatica, senza compromettere la possibilità di riconoscere la presenza di tumori clinicamente significativi.
“Ridurre il numero delle biopsie inutili, senza mancare la diagnosi di tumori aggressivi – dice Rocco – è esattamente il tipo di progresso che definisce la medicina moderna. Sono diverse, tuttavia, le questioni che restano aperte: la diffusione e disponibilità dell’imaging avanzato e la sua reale integrazione nei percorsi diagnostici, già basati sulla risonanza magnetica”.
Biomarcatori e biopsia liquida
Non solo. Per il carcinoma prostatico metastatico ormono-sensibile l’attenzione si sta spostando verso la scelta del trattamento guidata dall’età del paziente, dal timing di comparsa delle metastasi e dalla biologia molecolare del tumore. “Sono diverse le direttrici principali che emergono per questo tumore: il ruolo crescente dei biomarcatori (BRCA, PTEN), il possibile utilizzo precoce dei PARP-inibitori in pazienti selezionati. Non basta più sapere che una combinazione di trattamenti funziona. Dobbiamo capire in chi e per quanto tempo”.
Inoltre il Dna tumorale circolante, ovvero la biopsia liquida, sta entrando progressivamente nella pratica clinica. La sua utilità appare al momento maggiore nei pazienti con malattia avanzata e in fase di progressione, mentre resta limitata nei contesti a basso carico tumorale. “Non è ancora un test molto diffuso – commenta Rocco – ma potrebbe rappresentare uno strumento decisivo in scenari clinici selezionati”.
“Il futuro dell’urologia oncologica non sarà definito dal numero di terapie a disposizione, ma dalla precisione con la quale sapremo scegliere la terapia giusta per il paziente giusto”, conclude lo specialista.

